Scopo della mostra è proporre un’architettura alla portata di tutti. Da sei anni, l’ex-chiesa sconsacrata di San Mattia offre i suoi spazi ad esposizioni, conferenze ed altre iniziative legate al mondo dell’arte della costruzione.
Questa è la volta di Giuseppe Vaccaro (1896-1970), architetto bolognese, vincolato alla sua città natale anche attraverso le sue opere, come la facoltà di ingegneria e la chiesa di San Giovanni Bosco. L’interesse della mostra, promossa dall’Archivio Vaccaro di Roma,nasce tanto dal fatto che il suo lavoro finora sia stato poco studiato, quanto dalla necessità di studiarlo e farlo conoscere.
Spicca l’originalità di Giuseppe Vaccaro, che all’interno del panorama moderno novecentesco, in cui si trova a lavorare, anticipa elementi propri dell’astrattezza razionalista contemporanea. Modernità e tradizione si fondono: materiali futuristici e citazioni dall’antico, elementi monumentali e strutture geometriche lineari, solidità e dinamicità coesistono dando origine ad una unità complessa e disimmetrica.
La mostra ricostruisce il percorso creativo dell’architetto attraverso l’analisi di sette costruzioni. Al visitatore è offerta una doppia lettura: da una parte lo sguardo tecnico dei progetti e delle foto d’epoca provenienti dall’Archivio Vaccaro, dall’altra le foto di Gabriele Basilico, che cercano di interpretare in modo più immediato, quotidiano e contemporaneo gli edifici. La fruizione è facilitata anche dalla presenza di plastici.
L’architettura di Giuseppe Vaccaro si complica nel dopoguerra, in particolare in edifici di carattere sacro, come la Basilica di S. Antonio abate a Recoaro terme e S. Giovanni Bosco a Bologna. In entrambi i casi ci troviamo davanti a scelte eclettiche consapevoli, che fondono l’antico (la facciata policroma romanica, l’uso di torri medievali) con la modernità , attente comunque a salvaguardare l’atmosfera sacrale.
Edifici apparentemente anonimi, come l’asilo nido dell’Unità Galleana a Piacenza, si affiancano a costruzioni entrate a far parte dell’immaginario comune, come il quartiere CEP, denominato “treno”, in via della Barca a Bologna. E’ una mostra che consiglio anche a chi non è esperto di architettura: il percorso fotografico parallelo lascia spazio alla rilettura personale delle opere esposte, i plastici e il materiale figurativo rendono facile la comprensione.
Una scala quasi cinematografica, che invita lo spettatore a muoversi attraverso il giardino, come se leggesse un fregio pittorico continuo.…
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bellissima la definizione di Architettura "ARTE DELLA COSTRUZIONE"...