Non deve stupire che una mostra d’arte venga allestita presso Fabrica. E non deve assolutamente stupire che le fotografie di Erik Ravelo, giovane cubano di appena venticinque anni, siano visibili fra i cataloghi ed oggetti in vendita.
Il “negozio di idee” annesso al grande magazzino d’abbigliamento Benetton, è il cervello in vetrina di questo marchio internazionale. Nasce infatti dalla scuola di comunicazione fortemente voluta da Luciano Benetton e Oliviero Toscani e si configura paradossalmente come il luogo più idoneo per ospitare una riflessione sull’ambiguità dell’immagine nell’arte contemporanea. Senza con questo omettere di segnalare le ovvie difficoltà di fruizione che un luogo estraneo alla musealizzazione si porta appresso (le fotografie esposte sono collocate molto in alto e si fanno spazio con fatica per attrarre lo sguardo in questa moderna wunderkammer del commercio).
Ma tali riflessioni non intaccano minimamente il valore delle opere di Ravelo. Esse hanno la buona cura di un ottimo artigiano del software. Sono costruite con fantasia e con ironia. La loro chiarezza comunicativa oscilla fra la dissacrazione leggera – con accenti di vera emotività – ed un equilibrato uso della retorica. E ciò ne denota il valore artistico.
Un volontario (lo struzzo che nasconde il corpo sotto la sabbia); Mushrooms (il nuotatore immerso nel pavimento); Arcangelo (bimbetto dalle ali di pollo spennate); Il visionario (la rimozione della pupilla-lente a contatto); Il surreale Te llevo bajo mi piel (mani imbarazzate sul seno attraverso le quali traspaiono i capezzoli), sono alcuni dei titoli dei lavori esposti. Universi strutturati da un sistematico rovesciamento, concepiti come una concatenazione di metonimie che parte dal cliché per giungere alla deformazione. L’artista allestisce una segnaletica dell’assurdo, unico orientamento dell’homo videns in questo mondo metaforico-digitale.
L’ambiguità a cui si è accennato attiene non al contenuto intrinseco delle opere, ma alla coincidenza di obiettivi fra ricerca estetica (Ravelo) e conquista dell’immaginario contemporaneo (Fabrica).
E’ addirittura superfluo ricordare che il linguaggio dei media, della pubblicità in particolare, da tempo vive in stretta simbiosi, se non in reciproca dipendenza, con il mondo dell’arte. Il nodo si è fatto sempre più intricato. I campi d’appartenenza non sono più separati e presso Fabrica l’osmosi pare essere arrivata al termine del suo processo.
Un’unione, quella fra arte e mercato, non più clandestina, ma celebrata allo scoperto, senza segreti o ipocrisie. A fare da testimone è l’intuizione antica di Andy Warhol che, come lo struzzo la cui testa emerge dalla terra impietosamente preconizza questo spettacolo, “cattivo sogno della società moderna”.
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stefano questioli
mostra visitata il 5 marzo 2004
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