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fino al 31.VII.2010 | Malick Sidibé | Reggio Emilia, Collezione Maramotti

di - 3 Giugno 2010
Un assaggio d’Africa, quello studio
dalle pareti azzurre, ricreato nello storico stabilimento di Max Mara –
progettato nel 1957 dagli architetti Pastorini
e Salvarani – oggi sede della collezione d’arte
contemporanea del fondatore della casa di moda, Achille Maramotti.

Tranne la polvere, c’è molto dello
Studio Malick di Bamako, nel quartiere popolare di Bagadadji. C’è la stessa
atmosfera gioviale e, sugli scaffali, ben allineate alcune vecchie macchine
fotografiche, di quelle che Malick Sidibé
(Soloba, 1936; vive a Bamako) ripara fin da quando,
ventenne, collaborava con il fotografo francese Gérard Guillat
.

Ancora oggi, coadiuvato dai figli Mody
e Karim, affianca la sua professione di fotografo a quella di esperto
riparatore di apparecchi fotografici. Uno dei suoi clienti è stato il celebre Seydou Keïta, considerato il padre
della fotografia maliana, con il quale peraltro ha spesso partecipato a
esposizioni. Una è stata la bellissima I ka nyì tan
al Museo Andersen di Roma nel 2001, con
cui la fotografia africana cominciava a essere introdotta anche in Italia.


Altri oggetti immancabili: le scatole
di carta fotografica, i negativi, la poltrona, lo specchio, i tappeti e il
fondale, realizzato con un tessuto africano. Pronta sul treppiedi anche
l’Hasselblad di sempre con cui Sidibé ha ritratto il pubblico durante la prima
giornata di apertura della mostra personale La vie en rose
. Un titolo musicale per un’esposizione
che attraversa il periodo ’60-’90. Scatti in bianco e nero, molti dei quali
inediti, scovati in archivio dalle curatrici e ristampati per l’occasione.

Una fotografia che sconfina fra
ritratto di studio e reportage, tradizione e modernità. La grandezza di Malick
Sidibé, vincitore del World Press Photo 2010 – nella sezione Arts and
Entertainment e di altri importanti riconoscimenti internazionali, tra cui il
Leone d’Oro alla Carriera alla 52. Biennale di Venezia – è racchiusa proprio
nel suo sguardo, che racconta senza giudicare, con freschezza e spontaneità.

Accanto al gruppo di donne in abiti
tradizionali, ritratte a Soloba – il villaggio natale del fotografo, distante
circa 300 chilometri dalla capitale – ci sono le giovani spose di Bamako, in
abito bianco e velo corto di tulle, le feste nei club, nelle case private o
lungo le sponde del Niger.


Protagonista assoluto è il ritmo della
giovinezza, con quell’energia vitale che corrisponde storicamente con la storia
stessa del Mali che, nel 1960, si affrancava dalla Francia. Un colonialismo
abbastanza soft, quello francese, che aveva avuto anche risvolti positivi, come
la scolarizzazione per tutti, donne e uomini.

D’importazione europea anche la moda,
la musica e una certa libertà nei comportamenti: gonne a palloncino o pantaloni
a zampe d’elefante, quindi twist e cha cha cha, con giovani che si sfiorano
mentre ballano.


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visitata l’8 maggio 2010


dall’otto maggio al 31 luglio 2010
Malick Sidibé – La vie en rose

a
cura di Laura Serani e Laura Incardona
Collezione
Maramotti – Max Mara

Via Fratelli Cervi, 66 – 42100 Reggio
Emilia

Orario: giovedì e venerdì ore 14.30-
18.30; sabato e domenica ore 9.30-12.30 e 15–18

Ingresso libero
Catalogo Silvana Editoriale
Info: tel. +39 0522382484; fax +39 0522934479; info@collezionemaramotti.org; www.collezionemaramotti.org

[exibart]

Nata a Roma nel 1966, è storica e critica d’arte, giornalista e curatrice indipendente. Con Postcart ha pubblicato A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (2011), A tu per tu con i grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (2013); A tu per tu – Fotografi a confronto – Vol. IV (2017); Cake. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (2013), progetto a sostegno di Bait al Karama Women Center, Nablus (Palestina). E’ autrice anche Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (ali&no, 2015) e Isernia. L’altra memoria – Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla Biblioteca comunale “Michele Romano” (Volturnia, 2017).

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