Gilberto Zorio incentra le proprie ricerche, fin dalla fine degli anni ’60, sull’alchimia e i fenomeni in trasformazione, come l’ossidazione, l’evaporazione e l’effetto della chimica sui materiali. Egli rivolge particolare attenzione all’idea di energia, introducendo in alcune opere lampade ad incandescenza ed utilizzando elementi ricorrenti, come la stella o il giavellotto, scelti per il loro valore archetipo, oggetti che testimoniano la storia dell’umanità ponendosi tra origine ed esperienza del mondo.
Anche in quest’esposizione, in parte creata appositamente per gli spazi della galleria Otto, ricorrono questi elementi. Una grande installazione aerea campeggia nella prima sala illuminata da lampade intermittenti. Negli attimi di buio, con lo spray fluorescente, Zorio disegna un campo stellato sulle pareti all’interno del quale il pubblico è immerso in un aristotelico sublime. L’esposizione prosegue nelle altre due sale: un tubo di metallo attraversa la parete che mette in collegamento le due sale e con un movimento oscillatorio gonfia
Gilberto Zorio, piemontese di nascita, è tra i grandi protagonisti dell’Arte Povera italiana. Nata sul finire degli anni ’60, nell’intento di evidenziare più che l’oggetto o il processo creativo e il fare puramente pragmatico dell’arte, l’Arte Povera metteva al centro delle sue diverse ricerche l’esperienza personale dell’artista nel tentativo di coinvolgere emotivamente e concettualmente lo spettatore. Ormai conosciuto e affermato in tutto il mondo Gilberto Zorio ha esposto infatti esposto al Musée National d’Art Moderne Centre Georges Pompidou di Parigi, alla Hayward Gallery di Londra, allo Stedelijk Van Abbemuseum di Eindhoven, alla Fundaçao de Serralves di Oporto, all’Istituto Valenciano de Arte Moderna di Valencia e al Musée d’Art Modern Contemporain di Nizza oltre alle numerosissime gallerie e musei italiani.
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chiara pilati
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Quella di Gilberto Zorio è una mostra di grandissimo fascino.
La porta e le finestre della galleria sono state oscurate per rendere tutto suggestivo e con il massimo dell'effetto.
Bisogna fare i complimenti al gallerista Giuseppe Lufrano perchè organizzare tale mostra significa mettere a piena disposizione gli spazi espositivi, rinunciando anche al guadagno immediato.
Infatti le opere, per le loro caratteristiche, non sono vendibili se non a musei o ad istituzioni.
Qualche appunto:
Una sala è stata dimenticata, su di essa campeggia un autoritratto scultoreo nella parete con luci e vernice fluorescente.
Le sagome non sono di stoffa nera, ma è pelle di maiale spagnolo che si comprime e dilata formando proprio la figura del maiale stesso.
Per ultimo le opere a parete: nella ultima sala si possono apprezzare due dei suoi famosi confini, un giavellotto e due stelle di cui una, dedicata all'11 settembre, degna di una grande collezione.
marco franceschini