“La fede nell’esistenza del doppio è una credenza diffusa.” scriveva Otto Rank “Nell’immagine duplicata da uno specchio, dall’acqua, da un ritratto e anche dall’ombra, le superstizioni popolari europee e non, individuano la reificazione dell’anima e preventivamente ne esorcizzano la precarietà con una serie di riti e tabù (basti pensare alla minaccia dei sette anni di sventura a chi infrange uno specchio)”.
Piero Manai (1951-1988) non temeva il proprio doppio. Negli anni 1984-85 due figure popolano i suoi grandi oli: sono autoritratti, o forse ombre, che condividono il medesimo spazio, che ripetutamente si trovano unite, seppure in pose differenti o in atmosfere cromatiche mutate. Di primo acchito trasmettono un vago malessere, un senso di inquietudine incerto: si percepisce l’incapacità di uno dei due esseri, quello dai toni più accesi, di liberarsi dalla presenza persistente del proprio cupo gemello. Ma ad uno sguardo più accorto s’intuisce come la presunta insofferenza non sia nient’altro che necessità: è una reciproca dipendenza quella che lega le due creature, suggellata dalla mano posata amichevolmente sul ginocchio del compagno in Due figure, la stessa interdipendenza del William Wilson di Edgar Allan Poe, che uccidendo il proprio doppio omonimo è condannato ad una morte certa.
Se della Transavanguardia Manai non accoglie l’esplosione neo-espressionista dei colori, prediligendo una tavolozza meno esuberante, e una pennellata deformante memore di Schiele, Gerstl e Kokoschka, della tendenza degli anni Ottanta, recepisce l’abbandono delle utopie progressiste d’impegno etico e politico e il conseguente dispiego di energie tutto rivolto all’introspezione, nella consapevolezza esistenzialista della finitudine dell’uomo.
Tanto la Gam si avvale di un allestimento scarno, con pareti vuote che permettono un respiro provvidenziale tra le grevi corporalità, quanto a Palazzo Saraceni la disposizione delle opere è serrata, un po’ opprimente nella riproposizione in piccole e medie dimensioni dei medesimi temi, sebbene su supporti differenti, come gli acetati.
thelma gramolelli
mostra visitata il 15 ottobre 2004
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