Si distingue questa personale alla 42 contemporaneo: niente orpelli, niente che paia di troppo, tutto sembra necessario. Eppure l’installazione di Ludovico Bomben risulta l’essenza dell’inutilità. È esemplare la commistione di due linguaggi differenti e affini, il design e l’arte, così come è esemplare il salto -prettamente artistico- che accorcia le distanze e permette di arrivare subito al punto. Guardare le cose con occhi diversi, sintetizzare visivamente un pensiero con umili utensili domestici, rendere inutile un oggetto usuale come il lampadario, portando la sua luce quasi a livello del pavimento. È un’operazione dall’incisiva semplicità, quasi d’altri tempi. Non c’è dispersione d’idee e concetti, l’attenzione finalmente può concentrarsi perché il corpo dell’opera è ridotto all’osso: uno scheletro di cavi elettrici bianchi s’irradiano partendo da tre quadri-centraline, giungendo al soffitto, per poi ricadere diritti e finire nei 75 lampadari puntati a terra. Qui contano le minime distanze, il valore sta nel limite, nell’intercapedine tra il sopra e il sotto, tra la fonte e il cerchio luminoso. È infinitesimale, quasi atomica l’energia contenuta in quella distanza, perciò potente: la luce non è mai stata così a terra, a portata di piede, ma intangibile. Metafora della sua velocità, tale che la partenza quasi coincide con l’arrivo, metafora della vita, dalla durata infinitesimale se rapportata al cosmo. Non si fa in tempo ad accendere l’interruttore che la corrente è già arrivata. In quella piccolissima distanza tra l’alto e il basso, il cielo e la terra, la luce e la sua inevitabile sparizione sta tutto e niente. La fonte di luce illumina se stessa e mostra la sua consistenza tanto affascinante quanto effimera.
Il lavoro del ventiquattrenne Bomben (che ha partecipato alla Biennale di Venezia 2005 nelle sezioni Atelier Aperti ed è stato selezionato per la 90ma Collettiva della Bevilacqua La Masa) è autoreferenziale nell’essenza, nella struttura: quando l’opera viene alla luce è già sul punto di finire, parla di sé e con sé, s’illumina con il suo stesso contenuto. Come nella vita, anche nell’arte l’inutilità, la precarietà e la deperibilità sono ‘innate’: subito si annuncia il corpo, ma immediatamente dopo rimane solo l’ombra. Il cono luminoso ha breve durata e piccolo raggio, non si è pienamente all’interno ma non si fa ancora parte dell’ombra circostante, ci si sente esclusi da entrambi, scomodi osservatori di un attimo.
antonella tricoli
mostra visitata il 12 dicembre 2006
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