Sono tutti lavori recenti, quasi sempre Senza titolo. Si suddividono nelle quattro sale della galleria, sufficienti per comunicare senza alcuna ombra di dubbio la Stimmung di Giovanni Manfredini (Pavullo nel Frignano, Modena 1963. Vive fra Milano e Modena).
Lo spettatore viene atteso da un piccolo ritratto, di profilo e con sporgenze ossee che paiono corna mefistofeliche, e da una grande ‘crocifissione’ in cui un mare nero tende a far affogare stinchi, volto, braccia fino al gomito, mentre stenta a emergere la zona pubica. La seconda sala contiene una sola opera, appesa a mo’ di rombo: è un’ampia tela con un corpo che, ancora, pare sprofondare inesorabilmente nell’oscurità, pur tentando di avvinghiarsi a un invisibile sostegno, come un San Sebastiano contemporaneo. Procedendo nella visita, il profilo d’un corpo sofferente, la parte inferiore risucchiata da un bianco che si rivela nient’affatto più rassicurante del nero al quale ci eravamo ‘abituati’; il busto ha un costato cristico, il profilo del volto è rassegnato, le braccia allargate si intuiscono appena, grazie a mani
Presente, accennato o incombente nella sua assenza, nel lavoro di Manfredini il corpo è soggetto, oggetto e tecnica. Queste tre componenti, nella loro sinergia, nella loro compenetrazione e in un senso autenticamente olista, non danno come risultato una mera somma, ma qualcosa di qualitativamente diverso. Forse una radiografia del vivere l’arte. In tutto ciò, la tecnica ha un ruolo che non va sottovalutato. Quella dell’artista modenese è una pratica che comporta “un lavoro lungo e snervante” – ci racconta durante l’allestimento – che consiste nel calco del proprio corpo sulla superficie trattata prima con un impasto bianco di perlite e colla vinilica, poi con diverse velature di nerofumo. Dopo questo primo atto body, interviene la fase più propriamente pittorica, ripetuta e calibrata in modo tale da rendere la forma armoniosa, evanescente e misteriosa, mediante alterne modificazioni di sottrazione e inserimento.
Il risultato di questo lavorìo è una figura inquietante, che pare lottare fra l’emersione e la definizione – del quadro, di sé stessa – da un lato e la fagocitazione del nero dall’altro. Una strenua lotta che connette indistricabilmente arte e vita. Perché “dopo il corpo ci sono solo i morti”.
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