Non è per semplice gioco di parole di Peter Weiermair, che definisce Rolf Koppel un eccentrico classicista. I soggetti caratteristici della tradizione fotografica quali paesaggi, nudi e nature morte, ci sono tutti e ripetuti insistentemente, in diverse pose, sotto differenti illuminazioni, quasi a voler screditare la specificità dell’immagine stessa. Per cercare, infine, qualcosa che vada oltre il situarsi concreto della bellezza e del piacere estetico, divenuti così fragili nella nostra fuggevole modernità. E in ogni scatto è il piacere del sorprendere, della novità che colpisce, più che la perfetta armoniosità di colori e forme. Nella serie di nudi Will a posare non sono le classiche bellezze
Lo spettacolo? Sta tutto nella teatralità dei contrasti tra luce ed ombra che può mistificare qualunque impressione, generare o far degenerare percezioni di cui noi non siamo più padroni. Le immagini si fanno ricettacolo di un valore assoluto che è il piacere della forma, l’incanto della composizione. La luce plasma gli elementi su cui si riflette, ne diviene parte integrante e ne mette in secondo piano le caratteristiche essenziali. Per questo non ha più importanza se sia un rotolo di carta ad essere imperiosamente immortalato nello scatto Column, o se in White mask in the sun la maschera sia in realtà gettata a terra, dimenticata capovolta a raccogliere i caldi raggi del sole. Dalle fotografie di Koppel la bellezza emerge quasi da sola, inarrestabile. E ci coglie proprio quando, impreparati ai contrasti delle composizioni e quindi indifesi, non possiamo che arrenderci ad essa. Per lasciarci coinvolgere in toto dallo sguardo sapiente e ironico dell’artista.
greta travagliati
mostra visitata il 18 novembre 2004
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