I nove artisti chiamati quest’anno a interagire con l’universo sforzesco e i suoi prossimi dintorni sono: Sergia Avveduti, Blu, Damiano Colacito, Armando Lulaj, Enrico Morsiani, Robert Pettena, Cesare Pietroiusti e il duo Vedovamazzei. Alcuni di loro hanno creato le proprie opere attraverso il catalogo (il cui coordinamento e la cui immagine sono stati elaborati da [mu]design), che amplia l’area d’azione di ad’a, entrando gratuitamente nelle buchette della posta e mescolandosi alle decine di comunicazioni che si ricevono ogni giorno.
Enrico Morsiani, ad esempio, (Castel San Pietro, 1979), cogliendo al volo l’occasione, ha deciso di diffondere il suo curriculum vitae attraverso la capillare distribuzione della pubblicazione. Lascia invece le pagine bianche Cesare Pietroiusti (Roma, 1955) che durante una delle due giornate inaugurali della mostra interamente dedicate ad eventi e performance, ha eseguito i suoi interventi (ognuno firmato e numerato) su espressa richiesta del pubblico.
“Ancora una volta proviamo a stabilire nuovi rapporti e nuove connessioni tra gli innumerevoli orientamenti che l’arte e gli artisti del nostro tempo propongono per correggere gli automatismi di un pensiero omologante”. Così Roberto Daolio introduce la mostra nel testo in catalogo. E così opere come il monumentale affresco di Blu (Bologna) possono espandersi sui muri scrostati e “imbrattati” di un sottopasso (un tempo passaggio sotterraneo dell’ospedale psichiatrico) e rientrare con ufficialità nel mondo dell’arte “autorizzata”.
L’evoluzione dell’uomo e della violenza insita nella sua natura si dipana come una processione lungo il percorso disegnato dall’artista: alle piccole prepotenze tra bambini si sostituiscono presto furti e borseggi, fino ad arrivare all’uso delle armi che trova nell’ultimo uomo, rappresentato mentre imbraccia minaccioso un bazooka, la sua apoteosi.
L’alfabeto incompleto di Vedovamazzei (Stella Scala, Napoli, 1964 e Simeone Crispino, Frattaminore, 1962) illumina invece l’angusta sala del mastio della Rocca (utilizzata un tempo come prigione), ingaggiando con lo spettatore un rebus la cui soluzione (le parole Hit Hot ottenute sommando le lettere mancanti) genera a sua volta infinite possibilità interpretative date dall’antica funzione del luogo scelto per l’installazione. Infine si invade l’ampio e selvaggio territorio della comunicazione contemporanea e dei suoi strumenti privilegiati con l’opera Giovanni Paolo ständer di m+m (Marc Weis, 1965, Daun; Martin de Mattia, 196, Duisburg).
I due artisti hanno prodotto e venduto centinaia di tabloid, ricreando lo stile e la grafica del quotidiano tedesco Bild. Nelle pagine compaiono fatti e avvenimenti recenti della storia che gli artisti hanno selezionato e raccolto da svariati materiali televisivi, offrendo così al pubblico la possibilità di rileggere il nostro tempo da una diversa prospettiva.
giulia pezzoli
mostra visitata il 14 luglio 2007
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che recensione acuta, intelligente, colta... consiglio caldamente l'autrice di dedicarsi ad altro