Accade talvolta, nell’entrare in un museo un po’ demodé, cupo e coperto da un sottile strato di polvere, di essere pervasi dalla sensazione di trovarsi in un luogo cimiteriale. Il luogo di cui andremmo a parlare, il cimitero storico monumentale della Certosa di Bologna, è il caso contrario, ovvero un cimitero polveroso che è un vero e proprio museo all’aperto, con tanto di sito Internet per visite virtuali, visite guidate a tema, estesi progetti di restauro.
La Certosa di S. Girolamo di Casara fu fondata attorno alla metà del Trecento, e dell’impianto originario rimane l’omonima chiesa, ospitante parecchie testimonianze della produzione artistica bolognese del Cinque e Seicento, compreso un notevole coro ligneo del 1538. A seguito delle soppressioni napoleoniche, la Certosa divenne cimitero comunale nel 1801.
Nella sua parte storico-monumentale la Certosa si presenta oggi come un vasto museo all’aria aperta di scultura otto-novecentesca. Già dall’Ottocento divenne meta di un turismo colto e raffinato, tanto da venire inclusa nel gran tour italiano da nomi quali Byron, Dickens e Stendhal. Un ideale punto di partenza può essere il cosiddetto chiostro della Cappella, ospitante una serie pressoché unica in Europa di tombe neoclassiche dipinte a tempera, sovente affiancate da opere scultoree, come nel caso della tomba Ottani del 1815-6. L’Ottocento è ovviamente il secolo più rappresentato, e tra i vari nomi ricordiamo quello di Vincenzo Vela -autore di un’inquietante Desolazione sulla tomba di Letizia Murat (1815), allegoricamente rappresentata da una ragazza pervasa da humor nero-, Lorenzo Bartolini, Giovanni Dupré, Giacomo De Maria e molti altri.
Tra i bolognesi il più presente è Giovanni Putti (1771-1847), del quale va perlomeno ricordata la delicatissima figura della velata nella tomba Fornasari (1818).
Del periodo a cavallo tra Otto e Novecento vanno cercate le numerose testimonianze funebri neomedievali, con complesse architetture che riprendono il gotico, adornate da mosaici all’antica, vetrate istoriate, rifacimenti di opere plastiche due-trecentesche. Non meno numerose le opere funebri del periodo liberty, sia prettamente scultoree, sia dalla più complessa realizzazione, come nei lavori di Gaetano Samoggia, che affianca la scultura nella preziosità cromatica del marmo rosa con lavori in ferro battuto ed altri a mosaico.
Aggirandosi per la parte monumentale novecentesca, capiterà d’imbattersi nel sonno eterno di figure come Morandi, Saetti, Carducci, Bacchelli. Ma più che i nomi dei defunti, a stupire sono ancora una volta le opere d’arte realizzate per le loro tombe, come il Busto di Giorgio Morandi opera di Giacomo Manzù. Numerosi altri gli artisti presenti, da Enzo Pasqualini a Luciano Minguzzi, anche se del Novecento sono forse più interessanti i complessi monumentali che le opere lastiche in sé, da quello per i soldati delle due guerre mondiali a quello per i partigiani, magistrale monumento di Piero Bottoni realizzato tra 1954 e 1963.
Esistono poi da poco anche delle visite guidate perfino tematiche, come “Certosa neoclassica” o “Certosa carducciana” e anche su Internet è possibile seguire percorsi tematici come quello dedicato alle tombe dei musicisti. La riqualificazione del cimitero monumentale passa infine anche per un accurato restauro delle opere in cattivo stato di conservazione, a cominciare dalle tombe dipinti su muro, vero unicum bolognese, e tramite la catalogazione sistematica di tutte le sue componenti scultoree ed architettoniche (altro unicum bolognese sono i portici, che dalla città si sono estesi anche nella Certosa), il cui risultato speriamo possa un giorno essere disponibile anche on line.
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bibliografia
G. Pesci, la Certosa di Bologna, Compositori, Bologna, 1998. La guida completa della Certosa
A. Cervellati, Certosa bianca e verde, Tamari, Bologna, 1967. Echi ed aneddoti sulla Certosa
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