Non si tratta di un’assenza di movimento, ma di un indirizzo espositivo che l’organizzazione di eventi culturali ricalca con sempre maggiore determinazione. La frontiera è il luogo del consumo, dell’attraversamento, poiché, per assurdo, solo spaesati si raggiunge l’ empatia necessaria alla fruizione dell’arte contemporanea.
Giunta alla sua ottava edizione, Accademia in stazione curata da Roberto Daolio e Milli Romano (fino al 29 luglio) affronta ancora una volta il difficile compito di rindirizzare la disattenzione tipica dei passeggeri ferroviari.
La stazione di Bologna (senza, peraltro, volersi limitare a questa contingente specificità) non è in assoluto un non luogo, anzi, in considerazione della partecipazione alla conferenza stampa del presidente dell’Associazione vittime della strage della stazione di Bologna, si può affermare che si tratti uno spazio fortemente caratterizzato. Sia storicamente visto il suo tragico passato -dall’eco ancora così acuta- sia nell’architettura, poiché l’edificio oggi è una specie di scomoda eredità ottocentesca (il progetto del 1871 è dell’architetto Gaetano Ratti), ingombro da superare quanto prima per essere al passo con l’alta velocità.
Bologna già dal secoli è tappa di passaggio del Voyage en Italie, ma soprattutto oggi, è lo snodo peninsulare, il crocevia obbligato degli itinerari nazionali. La sua stazione rimane il luogo più vissuto della città, anche da chi inconsapevolmente la conosce solo come teatro delle coincidenze.
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Le opere selezionate sono in tutto ventidue, tenute insieme dalla volontà degli artisti di porsi in relazione con il loro pubblico: Margherita Moscardin fa leggere ad una voce di bambino gli annunci dei treni in partenza; Sofia Vannini utilizza un cerchio nero come un adesivo censuratore che diviene veicolo di una distinzione ironicamente omologante (un neo d’artista che andrà ad attaccarsi un po’ ovunque, dalle biglietterie alle valigie); Monika Stemmer si preoccupa della sovreccitazione maschile, offrendo in dono agli uomini un dolce dall’effetto sedativo; Anna Maria Tina invece decide di turbare l’altra metà del cielo, nel momento della loro sosta, intervenendo direttamente nelle toilettes con un’installazione sonora.
Visitare questi spazi -cartina alla mano- alla ricerca delle realizzazioni dei giovani artisti dell’Accademia è un’esperienza insolita e coinvolgente. Ma questa caccia al tesoro svela l’arcano. L’imbarazzo degli addetti ai lavori al cospetto delle opere, nonostante tale spazio sia generatore di infiniti abbagli, è il sintomo di un offuscamento dello sguardo che viene da lontano. L’arte contemporanea si mimetizza perfettamente in questo contesto, quasi ne fosse diretta emanazione. Il video nella sala d’attesa di Lucilla Candeloro, la ragnatela al soffitto di Mona Lisa Tina, le performances di Luciano Maggiore e Lara Pozzetti, le fotografie di Lorenza Ippolito, i suoni e le voci disseminate qui e là non turbano la frenetica quotidianità di una stazione caotica. La raccontano e la criticano.
Per costellare l’immaginario distratto del viaggiatore contemporaneo.
stefano questioli
mostra visitata il 9.VII.2004
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