Conclave, 2024
Robert Harris è uno degli autori di letteratura di consumo più venduti e adattati della nostra epoca. Già noto per L’ufficiale e la spia e Ghostwriter (entrambi finiti nelle mani di Polanski) quando non ambienta i suoi intrighi spionistici nei meandri della storia, lui la reinventa ex novo in un processo noto come ucronia – sottogenere della distopia a cui appartiene un altro suo storico titolo, Fatherland, che muove nella stessa direzione della Svastica sul Sole phildickiana. Con Conclave non siamo in questa zona, ma comunque la bazzichiamo marginalmente per delineare un episodio di crisi contemporanea che ha l’aria più dello pseudonimo che della fantapolitica.
La trama in breve: a seguito dell’improvvisa scomparsa del Pontefice, il decano papale Thomas Lawrence (Ralph Fiennes) è costretto a tirare le fila di un contorto intrigo durante un lungo conclave. La votazione del nuovo Papa sarà scandita da una sequenza di rivelazioni e colpi di scena che modificheranno l’esito della stessa elezione. Intanto, tutt’intorno, Roma pare bruciare.
Il tema del microcosmo come teatro di vicende precluse a un macrocosmo apocalittico (o addirittura sovrannaturale) è un costrutto abbastanza consueto in vicende di mistero, basti pensare a un qualsiasi giallo in stile Cluedo o a un classico dell’esistenzialismo metafisico tipo Huis Clos di Sartre, anche se siamo certi che i più eruditi individuerebbero altri mille titoli ancor più rappresentativi nella categoria. Tuttavia, lungi dall’essere frusto, tale modello continua a essere perfettamente funzionale alla trama d’intrigo, e in questo Conclave vince a mani basse perché non si slancia verso arzigogoli extra narrativi e rimane piantato nel suo genere di appartenenza con sobria onestà .
Edward Berger, regista austriaco già premio Oscar nel 2022, è un nome riservato, cauto, che mette in scena uno spettacolo di grande eleganza e di certa responsabilità poiché il conclave si svolge nella Cappella Sistina e il rischio di trasformare tutto in un catalogo d’arte rinascimentale è dietro l’angolo. Non sappiamo come sia andata veramente, ma la sfida ci pare degnamente superata dal momento che la magna gratia degli spazi finisce per svelarsi solo a connotazione e mai ad accozzaglia di belle vedute d’interni.
Il soggetto di Harris si affida all’esperienza di Peter Straughan, già alle prese con adattamenti di spy di rilievo assoluto (La Talpa, 2011) e giunge a una sintesi che individui nel conclave il motore perfetto per la dicotomia dentro/fuori di cui parlavamo poc’anzi e che offre una metafora alla crisi attuale della Chiesa che, tra cronache e scandali, ha segnato un progressivo bisogno di aggiornamento dell’Istituzione Paolina in funzione di un mondo (ecco il macrocosmo) che cambia e minaccia o che, semplicemente, chiede attenzione. In questo le vicende narrate rimandano a cose che conosciamo, ma tralascia sul cosa potrebbe essere in realtà (però noi lo sappiamo lo stesso, ecco il sapore di “pseudonimo” sopra citato).
Il cast è brillante ed è forse il vero dispositivo d’azione del dramma. Le varie tipologie di acting formano una strana koinè che riproduce fedelmente la sintesi di quote coinvolte, dall’Austria del regista all’Italia di Castellitto (un po’ caricaturale a dire il vero), su misura di un mondo sempre meno americocentrico e per un racconto che del “centrismo” e della sua fine fa oggetto di riflessione principale. La trama alla Dieci Piccoli Indiani (senza delitti se non spirituali) ma calata dentro un camerame in stile Todo Modo, si mischia allo spionaggio tradizionale per descrivere sia l’andamento della Storia sia gli interventi di Dio in essa, con una riflessione su quanto gli uni e gli altri possano essere coincidenti. In tal senso – no spoiler, tranquilli – alla fine ci viene il sospetto che a tirar le fila della sciarada color porpora sia stato proprio Lui. E in un film giallo ambientato in Vaticano questo potrebbe essere addirittura il massimo del whodunit.
Godibilissimo anche solo per il modo in cui Botticelli & Co. fa da sfondo al tracollo tragicomico del personaggio di Ralph Fiennes o per il fatto che John Lithgow ha la stessa etĂ che aveva ai tempi di Cliffhanger.
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