Categorie: Cinema

I Peccatori: sedici nomination e nessun miracolo

di - 14 Marzo 2026

Che il mercato intossichi tutto con hype immotivati insinuati tra le pieghe di una cronaca politica drammatica, è cosa nota. Più raro, invece, è fermarsi a riflettere su un meccanismo ricorrente: quello per cui un’opera proveniente da contesti percepiti come “di nicchia” venga improvvisamente celebrata come un evento eccezionale. Questo tipo di attenzione, però, non rende necessariamente giustizia alle opere coinvolte; anzi, può finire per semplificarle o per attribuire loro un ruolo quasi rappresentativo di interi sistemi culturali, molto più ricchi e articolati. Che, invece, regolarmente, si ignorano. Prendiamo Parasite (Bong Joon-ho, 2019), ad esempio. Gran film. Grande e straordinario in termini occidentali, certo, ma giusto nei limiti della miopia di una Academy ignara del sistema cinematografico che oggi produce film belli in grande quantità, quello coreano appunto. Così la giuria occidental/atlantica grida al miracolo e “crea il caso”, seppellendo di premi la pellicola in questione, alcuni dei quali anche iterativi (Miglior Film/Miglior Film Straniero), e così giù, in una logica della polarizzazione dell’attenzione che è puro marketing, dunque totalmente dissociato dall’effettiva comprensione dei meriti del fenomeno culturale in questione. Generalizziamo ancora: fatto analogo, e nostrano, ma in tutt’altro settore, è quello dei Maneskin, band per cui la miopia egocentrica dell’anglosassone medio ha costruito il falso identificativo di “primi rocker italiani”, accettabile solo se si ignora la storia musicale – anche internazionale – del genere nel nostro Paese. Infine arriviamo a noi. I Peccatori (Ryan Coogler, 2026) – 16 candidature all’Oscar, record storico detenuto da pochissimi – si colloca proprio su questo orizzonte, ma ancor più impoverito da un fenomeno acceso all’indomani del #metoo che, in un repulisti di candidature, offrì premi a basso costo a produzioni non esattamente meritevolissime.

La trama in breve: due gangster afroamericani e un loro giovane cugino chitarrista  attraversano le assolate lande di cotone della Lousiana, tra membri del KKK e bottegai cinesi. A suon di blues organizzeranno un juke joint presso una vecchia segheria che si rivelerà, al calar della notte, una trappola mortale.

Andiamo subito al punto, I Peccatori è un gigantesco buco nell’acqua. Sì, il film con sedici candidature agli Oscar, il numero più alto di sempre per una singola opera, che ha superato anche i record di Titanic e La La Land. Si attende la notte tra il 15 e il 16 marzo per il verdetto dell’Academy. Eppure, il fatto che una società decida di iscrivere nella storia del cinema un’opera tanto irrilevante e scalibrata solo per ripulirsi la coscienza la dice già piuttosto lunga sul livello di schizofrenia culturale. Un abuso che finirà col sabotare la stessa valutazione del prodotto in questione, creando aspettative impossibili da mantenere per un film che sembra un videoclip dei Black Eyed Peas di due ore e mezza, appesantito da una recitazione da sit-com anni Novanta e che, in un sol colpo, cancella tutta la memoria eversiva delle due grandi stagioni black del cinema americano (la Blaxploitation dei Settanta e la Golden Age post Spike Lee dei Novanta).

Il film si spaccia per pastiche, tra sangue, musical e action movie muscolare, ma è solo un patinatissimo saggio grafico in cui la mitologia demoniaca del blues si esaurisce nel più manicheo dei refrain: blues/nero/figo/buono vs country/bianco/sfigato/cattivo e che pesca a piene mani nel genere horror (Dal tramonto all’alba, su tutti) dimenticandosi però del coefficiente allegorico tradizionalmente legato a questo genere e depositando la questione razziale nella più elementare delle soluzioni vampiresche. La scenografia è in parte frutto di un’elaborazione su green screen e, piattamente fotografata (inutilmente in IMAX), non genera alcun tipo di atmosfera percepibile da qualcuno che non sia un gamer videodipendente. Per quanto riguarda, poi, la cornice storica (che sicuramente avrebbe reso più efficace tutta l’iperbole a seguire) è quanto di più inverosimile ci si possa aspettare e, in un delirio woke in cui minoranze di ogni genere sono amiche per la pelle solo in quanto minoranze, si snoda lenta e senza guizzi in un affronto allo spettatore che, stremato, cede al sonno oppure alla sottomissione a giochetti visivi totalmente gratuiti (lasciamo a voi l’agio di individuarli).

Insomma, un affronto alla cultura afroamericana, un affronto al blues, un affronto al pubblico consapevole, un affronto al buon cinema che – è sempre bene chiederselo – forse sta traslocando l’anima in qualche altro felice lido produttivo, fuori dai confini dell’Occidente. Non c’è IMAX che tenga.

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