Categorie: Danza

Dittico orientale: l’ispirazione pasoliniana di due giovani coreografi

di - 27 Maggio 2025

Felice formula, ideata da Rosanna Brocanello per la compagnia COB Opus Ballet, quella di affidare a due giovani coreografi una serata a tema, con un legame tra le due creazioni che sembrano un continuum specie se i due autori, Jari Boldrini e Maurizio Giunti, condividono anche il lavoro di danzatori nella stessa compagnia di Virgilio Sieni, il cui peculiare linguaggio, l’estetica del movimento, si riflette nella loro scrittura. Ad aver ispirato le rispettive creazioni, accomunate dal titolo Dittico orientale (coproduzione Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni e COB Compagnia Opus Ballet, debutto a Firenze, a Cango, nel festival La Democrazia del corpo), sono stati i documentari di Pier Paolo Pasolini Le mura di Sana’a del 1971, e Sopralluoghi in Palestina, del 1964.

Sana’a, la capitale dello Yemen, Pasolini la definì «…una città-forma, la cui bellezza non risiede nei deperibili monumenti, ma nell’incompatibile disegno», e ne perorava la salvaguardia delle sue preziose testimonianze artistiche denunciandone la rovina. In Terra Santa, invece, alla ricerca dei luoghi per il film Il Vangelo secondo Matteo, egli cercava l’antico e il sacro ma trovò, in un paesaggio dove tutto sembrava «Bruciato nella materia e nello spirito», modernità, folclore o intollerabile miseria (così nelle sue note).

COB Compagnia Opus Ballet – DITTICO ORIENTALE #1, Ph Gaia Biagiotti

Le due pregnanti coreografie – con dieci danzatori, cinque diversi per ciascuna – sono evocazioni e atmosfere di paesaggi corporei più che geografici, l’esplorazione di una mappa sensoriale dove irrompe l’arcano. Dittico orientale#1 di Boldrini, s’apre con un lungo suono e un canto – musica di Simone Grande -, e l’avanzare singolo dei performer dai costumi color terra , innescando movimenti febbrili tesi a catturare il sentire dei corpi, la tattilità dell’ascolto nella loro vicinanza, nello spazio di luce e di ombre, nell’abbandono che li accoglie e li rimanda, nel continuo entrare e uscire frontalmente o di spalle, lentamente, dietro un tendaggio scuro, riportando nuove visioni interiori subito consegnate nell’atto condiviso. Quel movimento snodato si rompe e ricompone in cerchi a terra, improvvisi scatti, e l’irrompere di lunghi bastoni sottili tenuti in mano che premono su uno degli interpreti, lo pungono quasi a trafiggerlo, e ritmano la sua uscita.

COB Compagnia Opus Ballet, DITTICO ORIENTALE #2, Ph Gaia Biagiotti

È un crocevia di posture anatomiche e articolate il Dittico Orientale #2, che Giunti «Sviluppa come un diario corporeo che segue il cammino del poeta-filosofo nelle terre di Palestina». Il tessuto sonoro avvolgente di silenzi, respiri, e melodie orientali contaminate da sonorità pop elettroacustiche – musiche di William Basinski, Alireza Ostovar, The Naked and Famous –, è su un immaginario di pose compassionevoli che in un minuzioso contrappunto si toccano, si muovono, si sollevano e si allontanano uno dall’altro, si adagiano a terra e rotolare come in una risacca, fino a lasciare solo una figura vestita di rosso. Immaginiamo l’antico dolore dei profughi, l’irriducibilità umana che li compone, in quel flusso e riflusso dei corpi, veloce, scomposto e ricomposto, smembrato e riunito, che si placano mentre il buio li sorprende seduti a terra fasciati nel loro stesso respiro.

COB Compagnia Opus Ballet, DITTICO ORIENTALE #2, Ph Gaia Biagiotti

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