Categorie: Danza

L’omaggio di Papaioannou a Pina Bausch, con il Tanztheater Wuppertal

di - 23 Settembre 2019

La luce è crepuscolare, lassù in cima alla montagna di lastre nere in declivi che sembrano ardesia, con, in mezzo e in basso, delle fenditure dalle quali usciranno o rientreranno delle figure umane. Sulla sommità si staglieranno altre figure in controluce e un albero piantato da una donna dopo averlo faticosamente trascinato risalendo la china, poi scosso e tagliato dalla furia di un uomo che si autoinfliggerà una punizione corporale, quindi ripiantato, e, ancora, con le foglie portate via dal vento. Crepuscolare è anche la musica – da Wagner a Mahler, da Bach a Verdi, ma anche altre sonorità tra cui Tom Waits, Christos Costantinou, Marika Papagkika, oltre a rumori catturati in presa diretta da microfoni.

Sempre in sottofondo ammanta le azioni, a partire dalla lunga processione di sedie in proscenio che, in apertura di spettacolo, vengono disposte in fila dai diciassette danzatori passandosele di mano in mano, camminandovi sopra in equilibri precari, e portandole poi via inghiottite da un uscio laterale, buco nero dal quale erano tutte uscite. Ritorneranno nella lotta tra due performer e nella sequenza finale dove un uomo, in piedi sopra una di esse, se le caricherà sulle spalle incastrandole una dentro l’altra per poi cadere intrappolato sotto il cumulo. Quelle sedie sono un dichiarato omaggio a Pina Bausch, alla struggente poetica di Café Müller della grande coreografa tedesca.

Neues Stück I, Seit sie – Ein Stück , Dimitiris Papaioannou_Julian Mommert, photo by Julian Mommert

Chiamato nel 2018 dal Tanztheater Wuppertal, primo artista a creare per la celebre compagnia dopo la scomparsa della Bausch, il greco Dimitris Papaioannou (classe 1964) firma uno spettacolo di rarefatta potenza, Since she/Seit sie (dopo il debutto ad Amsterdam e tappe ad Atene, Londra, Parigi, è arrivato in esclusiva in Italia, a Catanzaro, grazie a Chiara Giordano direttrice artistica di Armonie d’Arte Festival).“Da quando lei” – traduzione in italiano del titolo – dice quanto la Bausch sia presente nell’immaginario formativo e nello spettacolo di Papaioannou, abile manipolatore di materiali e corpi, senza però volerla imitare, bensì inglobandola (o traendola) nel (o dal) suo visionario affresco che unisce danza, pittura e scultura, cifra artistica che lo caratterizza da sempre. Eppure ci sono infinite suggestioni, immagini, visioni che ci riconducono a lei. Basterebbe la mise delle donne in abiti lunghi da sera e gli uomini in completi neri; il movimento da passerella degli interpreti; il lento e poi veloce ballo di coppie sulle note di un valzer di Khachaturjan; i frutti da mordere (qui mandarini) o l’ironica allusione lasciva (qui un wurstel); gli sguardi ammiccanti verso il pubblico; la donna dai lunghi capelli al vento, fatta roteare su un tavolo dal gruppo di uomini, fulgida come la polena di una nave. E molto altro ancora. Ma qui non abbiamo i rituali sociali e le ossessioni private tipiche di Bausch.

La grammatica coreografica di Papaioannou, la visionarietà del suo universo poetico vira, tra passato e presente, nel simbolismo della mitologia, nei rimandi di archetipi, nei paesaggi onirici, con quel ritmo lento, intensamente visivo che attinge sia dalla teatralità stilizzata di Bob Wilson sia dal senso dell’assurdo di Bausch, sia dagli elementi materici dell’Arte Povera di Kounellis: il tutto stratificato con la sua severa estetica del mito e del corpo umano. C’è, infatti, fra il resto, quel distorcere i corpi ignudi in ingannevoli smembramenti degli arti creando magistrali composizioni – come la donna con i dieci arti inferiori o che fuoriesce dalle gambe di un uomo tirata dai capelli e della quale si vede solo la testa.

E se l’uomo risulta quale artefice della creazione umana estraendo da una feritoia un suo simile lì intrappolato al quale realizza delle scarpe, poi costruendo a un altro dei tubi di legno dentro il suo abito e facendolo camminare goffamente a quattro zampe, è la donna il punto focale della drammaturgia. Estratta da veli di carta strappateli di dosso; svelata d’oro dal colore nero dipinto su tutto il corpo; trasportata avanti e indietro da rulli a terra; uscita, come in un quadro botticelliano, da varchi di arbusti tenuti da uomini sedotti; esposta come un San Sebastiano trafitta da sottili bacchette, o infilate a raggiera sulla folta chioma nera somigliante a una Madonna; dominatrice su un uomo ridotto carponi a mangiare da una ciotola.

Neues Stück I, Seit sie – Ein Stück , Dimitiris Papaioannou_Julian Mommert, photo by Julian Mommert

Corpi nudi nel frattempo rotolano a testa in giù dalla montagna come in un girone dantesco, dal quale si erge ancora una donna esibendo il suo scettro; mentre un’altra indossa una maschera da Minotauro, infilata pure da un uomo lontano da lei. Da un ballo stile sirtaki si passa allegramente a un’esibizione di gambe femminili alle quali si aggiungono gli uomini. L’euforia si estende a un’escursione su un barcone, tutti costipati all’interno di un tavolo capovolto e fatto scivolare sui rulli: viaggio che ben presto si tramuta tristemente in un lento ondeggiare verso un altrove sconosciuto, forse in cerca di salvezza. In questo luttuoso atlante dell’Ade squarciato appena da segni beffardi, irrompono la vita e la morte, la storia, il passato e il presente, l’umanità di ieri e di oggi, un viaggio dell’uomo magnificamente evocato dal genio Papaioannou. Posizionati, infine, davanti ad una parete dorata per una foto di gruppo, i performer lentamente scompaiono dopo aver ognuno accarezzato con la mano il pannello lasciando una striscia che repentinamente si oscura per luccicare e consegnare a noi la visione di un cielo stellato.

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