Lost in dance, ph. Marco Caselli Nirmal, Teatro Comunale, Ferrara
Corpo filiforme, minuto, dalla testa glabra. L’introspettivo Saburo Teshigawara compare dal buio avanzando dentro un cerchio luminoso, simbolo, per l’artista giapponese, del fato, della natura, dell’universo. Si ferma ai bordi, lentamente comincia a muoversi al centro con la luce che si espande. E subito ci sembra di capire una delle frasi del testo poetico che accompagna lo spettacolo “Lost in dance”: «Non importa quanto sogni la morte. Percepisci la paura di sopravvivere per sempre».
La danza che segue trasmette gli estremi dell’abbandono e del controllo nel movimento ondulatorio, morbido, elastico, costante che sembra legato al suolo eppure sfiora, fluttua e saltella, coprendo un vasto spazio. Poi, indietreggiando, Teshigawara lascia il centro alla presenza di Rihoko Sato, e va a occupare una sedia dove sosta assumendo lievi posture con micro movimenti. Quindi svanisce nel buio. E ritorna.
I due interpreti, anime che risuonano a vicenda, si alternano, appaiono a turno. Sulle note di alcune sonate per pianoforte di Beethoven, danzano, scivolano nell’ombra e scompaiono lasciando il posto l’uno all’altra con un semplice, ipnotico, scambio di abito. Con la manica di un soprabito fatta scorrere sul braccio dell’altro con un gesto sfumato, quasi impercettibile, lui cede il posto sulla scena a lei, e viceversa, riprendendo di ciascuno quasi gli stessi movimenti e prolungandoli. Come un Giano bifronte, sono due volti di una stessa persona. Sono il maschile e il femminile in uno.
“Lost in dance” (prima nazionale al Teatro Comunale di Ferrara) ha questo punto centrale che ritorna nella coreografia di Teshigawara e Sato, coppia storica della danza del secondo Novecento e dei nostri giorni. Non hanno età questi due artisti (lui settantenne, insignito quest’anno del Leone d’oro alla carriera della Biennale Danza di Venezia) legati nella vita e nell’arte, non conoscono l’usura dei corpi a giudicare dal vederli così dinamici in scena nei movimenti scattanti, fluidi, taglienti, elastici, vorticosi che sembrano disegnare nell’aria spirali e dare forma alle note musicali, a storie immaginarie, astratte o reali (anche da testi storici, per esempio, come negli spettacoli “Tristan and Isotta”, “The Idiot”, “Rashmon”, o il recente “Petruška”), a sentimenti e moti dell’animo.
Per il maestro giapponese, artista completo e poliedrico, la cui pratica comprende pittura, disegno, installazioni e cinema, la danza rappresenta l’elemento centrale di un’esperienza visiva e sensoriale più ampia. È quel “Perdersi nella danza” del titolo, nel movimento, senza sottostare al controllo della coscienza, alle leggi assolute.
Non c’è trama in “Lost in dance”, solo immagini, un flusso del tempo continuo reso dai torsi flessibili dei corpi che sembrano sballottati dal vento, dalle braccia, mani e gambe che non conoscono sosta. Anche negli attimi di pausa, nel lento incedere, vibrano nella tensione della ricchezza scultorea che generano. Il pezzo si conclude con l’assolo di lei a terra, al centro del cerchio di luce iniziale, osservata da lui in penombra.
Saburo Teshigawara sarà al Teatro Cucinelli di Solomeo (Pg) il 24 novembre con un programma speciale su “Adagio”; con “Tristan and Isolde” il 20 novembre al Teatro Sperimentale di Pesaro, e il 27 al Teatro Comunale Pavarotti di Modena; con “Adagio”, l’1 dicembre al Teatro Grande di Brescia, e il 3 e 4 alla Triennale di Milano.
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