PARADISO - Gruppo Nanou, crediti di ©Zani-Casadio
Si perde la cognizione del tempo entrando nel Paradiso dantesco del Gruppo Nanou. Si abita uno spazio immersivo di suoni, luci e corpi. Ci si muove, quasi sospesi tra cielo e terra, sopra un pavimento specchiante, argentato e dorato, con alti scivoli laterali e sparse calotte trasparenti leggermente colorate: quei pianeti che la visione del Sommo Poeta lascia immaginare nel suo Paradiso.
“Nel ciel che più de la sua luce prende fu’ io, e vidi cose che ridire né sa né può chi di là sù discende”, dice Dante nel Canto I della Divina Commedia. Quel non avere le parole per descrivere il Paradiso, chi si accinge a farlo elabora una propria visione immaginifica che apre a ulteriori apparizioni. Il dialogo e la contaminazione tra diversi linguaggi e sensibilità artistiche caratterizzano più che mai, qui, la ricerca espressiva di Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci e Roberto Rettura, del ravennate Gruppo Nanou, parallelamente al concetto spaziale di fruizione della performance, aperta ad una partecipazione immersiva, e non più frontale, dello spettatore.
Si è potuto sperimentarlo nella loro visione del Paradiso “rappresentato” nell’ambito del Ravenna Festival all’interno delle Artificerie Almagià. All’interno di questa architettura, la costruzione pittorica della luce di Alfredo Pirri diventa un paesaggio densamente evocativo abitato dalle presenze non solo fisiche dei danzatori, bensì da altre apparizioni suscitate dalla partitura musicale di Bruno Dorella. Musiche, suoni elettronici e voci alimentano una temperatura visiva-sonora generata specialmente dalla qualità corporea dei singoli danzatori nel loro flusso gestuale, guidati, nel processo creativo, dalla mano di Marco Valerio Amico.
Su indicazioni, da parte del coreografo, di movimenti astratti, di regole spaziali e di relazione, i performer muovendo dalla parte superiore del corpo, dalle braccia e dal torso, creano ripetizioni sempre diverse e riproducibili. Seguono traiettorie orbitali, rotazioni e linee, momenti di abbandoni estatici, di stasi e di risvegli, che incontrano, sfiorandoli, i corpi degli spettatori liberi di muoversi nello spazio e di abitarlo dentro e fuori. Nel peregrinare s’incontra anche un Dante smarrito che, ironicamente, appare di tanto in tanto, in accappatoio, pinne e occhialetti da nuoto, camminando a passettini guardandosi intorno, scomparendo e riapparendo da un’altra parte per poi ancora vagare.
In questo luogo “altro”, spazio che può essere contemporaneamente un “altrove” e un “ovunque”, cioè un luogo misterioso del dialogo infinito generato dalla danza stessa, si sperimenta uno “stare”, da vivere senza inizio e senza fine, un viaggiare senza tempo che richiede l’abbandono di pesi e memoria. Per trovare il proprio Paradiso.
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