Categorie: Design

design_interviste | Odoardo Fioravanti

di - 19 Marzo 2009
Durante una recente conferenza ti sei presentato attraverso i tuoi progetti, lasciando il racconto del tuo percorso a “quello che gli oggetti non dicono”. Ma i tuoi oggetti hanno saputo parlare molto. Pensi si possa riconoscere la personalità di un designer attraverso le sue produzioni?
I miei progetti sono utili a spiegare il mio lavoro, non me stesso. Nutro un po’ di timore per il percorso inverso dei progettisti che presentano i propri oggetti attraverso se stessi. Il limite è che l’oggetto è il precipitato fisico di una serie di pensieri iridescenti: alla forma finale non si può più aggiungere né sottrarre niente. L’oggetto acquisisce una specie di elaboratissima “naturalezza”, per cui sembra non poter essere diverso da com’è. “Quello che gli oggetti non dicono” diventa allora una silenziosa sensualità. Voglio continuare per tutta la vita a progettare forme in cui mi riconosco e oggetti che sono in grado di mantenere questa specie di segreto.

Fra i tuoi numerosi progetti, uno dei più affascinanti è il battipanni del progetto Coop, ideato da Giulio Iacchetti. Questa esperienza cosa ti ha insegnato dal punto di vista della progettazione sociale e della collaborazione tra designer?

Il termine “progettazione sociale” è una definizione un po’ forzosa. Progettare per la società è un concetto pleonastico, non extra-ordinario. La forza dell’operazione Design alla Coop è stata riportare l’attenzione dei designer su oggetti trascurati. Il battipanni è uno di questi e forse è il pezzo a cui anch’io sono più affezionato. Lavorare a questi progetti in modo parallelo con momenti collegiali ha portato a un grande confronto e a scoprire le reciproche differenze.

Nel 2008 hai vinto cinque primi premi in concorsi di design di cui due per delle sedie, Snow e Frida, prodotte da Pedrali. La seduta simboleggia la sfida maggiore per un designer. Cosa ha significato per te riuscire a vincere ben due volte?
Nessuno si ricorda mai della fortuna. Sì, ci è voluta un po’ di fortuna. Vincere questi premi ha significato acquistare consapevolezza del fatto che “qualcosa ha funzionato”. Il messaggio è arrivato al pubblico e alle giurie che hanno visionato i miei progetti, senza che ci fossi io fisicamente a spiegarli.

Battipanni, sedie, padelle, mestoli, macchinine, superfici… Fra i tuoi progetti c’è di tutto. Sei un designer onnivoro e questo è il frutto di una passione irrefrenabile e di una ricerca continua. Come metti insieme amore e metodo?

Lo chiamo amore anch’io, ma in realtà è passione, un fuoco che mi brucia negli occhi, come accade alle falene intorno alle luci notturne d’estate. Lavorare su un metodo mi permette di riservarmi una componente di controllo, misura, studio e gestione delle variabili. L’amore è pace, la passione è azione, il metodo è diplomazia. Cerco di evitare i rischi opposti: innamorarmi del mio metodo o rendere metodica la mia passione.

Hai detto che il design è incastrato fra due ruote: economia e comunicazione. Quanto per un designer è importante scoprire come funzionino questi meccanismi?
Più che “incastrato”, il design è “fatto” da queste due grandi ruote. Si tratta di essere consapevoli di far parte di un meccanismo che a livello commerciale deve saper chiudere il cerchio o intuire che ci siano dei fini economici da perseguire. La comunicazione contribuisce a completare la riuscita di questo sistema. Si risolve tra il rilasciare una buona intervista e il far in modo che il proprio prodotto riesca a “comunicare” di più o meglio.

Alla tua attività di progettista affianchi quella di giornalista. Ricordi il Moretti di Palombella rossa, quando – intervistato da una giornalista che parla per frasi fatte – sfinito la schiaffeggia e urla: “Come parla? Le parole sono importanti!”? Nella speranza che al termine dell’intervista tu non mi prenda a schiaffi: per te quanto sono importanti le parole?

Visto che parliamo di Moretti, voglio citarlo anch’io. Nello stesso film dice: “Noi siamo uguali agli altri, noi siamo come tutti gli altri, noi siamo diversi, noi siamo diversi. Mamma! Mamma, vienimi a prendere!”. Ecco, quando scrivo degli altri designer e dei loro progetti, lo faccio armato della componente di “diversità” che rintraccio nel loro lavoro. So anche che posso comprendere gli altri progettisti più di quanto riescano a fare altri giornalisti o critici, perché ne condivido il mestiere. Scrivere è un modo per dare un’ulteriore via d’uscita ai pensieri. Paradossalmente, certe volte mi capita di iniziare i miei progetti proprio scrivendo un testo. In principio fu il verbo, no?

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Odoardo Fioravanti Design Studio
Via Civitali, 44 – 20148 Milano
Info: studio@fioravanti.eu; www.fioravanti.eu

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Visualizza commenti

  • Grandissimo Odo!
    Magari durante il salone organizziamo un aperitivo con Ali ed Oscar, se sono in città?
    ..ti invio notizie a breve
    Un abbraccio
    Daniela_ The Flat

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