Clic dopo clic, l’ho vista crescere, prendere una forma articolata e ritmata verticalmente, svettante sul ripiano della scrivania ingombra di libri, cataloghi, cartelline con comunicati stampa e fotografie di opere d’arte, tutti elementi dall’impostazione orizzontale, giochi di superficie. E ora distolgo lo sguardo dallo schermo del computer, per percorrere – e quindi provare a descrivere – tutte le svolte, gli angoli, i piani tridimensionali della torre Geomag Mechanics Gravity. Mi ritrovo quindi ipnotizzato dal sottile rumore d’attrito delle sfere magnetiche che, dalla rampa posta in alto, scivolano rapidamente verso il basso, assecondando il percorso tracciato dalle curve paraboliche. A dargli la spinta è un meccanismo che sfrutta la gravità, la forza che unisce tutto ciò che accade sotto l’universo e non senza una certa ironia saporita.
Datemi una barretta e una sfera e vi solleverò il mondo: sono questi gli elementi di base delle costruzioni Geomag, le cui fondamenta si basano sulle proprietà invisibili del magnetismo, uno dei fenomeni più affascinanti e poetici della fisica. In fondo, attrazione e repulsione appartengono a quella classe di grandi termini dicotomici che permettono di tirare una linea tra cose pertinenti a generi e ambiti più disparati. Giocando su questa legge universale, Geomag – sistema inventato e brevettato nel 1998 – disegna e assembla i suoi set, che non si rivolgono alla resa mimetica di paesaggi antropici o naturali, più o meno urbani o fantasiosi, disponendosi invece lungo lo stile di una sorta di astrazione geometrica, andando a “rappresentare” in maniera essenziale – magari una parte per il tutto – gli elementi simbolici primari nei quali è ripartita l’esperienza. Tra Paul Klee e Piet Mondrian, per intenderci sulla storia dell’arte.
Seguendo il manuale di chiare istruzioni visive, a loro modo iconiche, sono 183 i pezzi, di consistenza e colore piacevoli, necessari per costruire “Mechanics Gravity. Vertical Motor”, set prodotto con il 90% di plastica riciclata, secondo una svolta green intrapresa dalla società che nei suoi primi anni aveva sede in Sardegna e, attualmente, in Svizzera. Lo schema dell’assemblaggio è aperto, modulare, quindi virtualmente ampliabile a piacimento con altri pezzi e altri set, le possibilità sono ampie e addirittura grandiose: se ci si mette un pizzico di creatività si può arrivare a creare un percorso davvero complesso, tra inclinazioni e canali, ascensioni e discese, rotazioni, loop di 360 gradi. Bisogna solo avere una scrivania abbastanza grande oppure dovrei spostare libri, cataloghi e cartelline. Forse anche il pc.
Attraversando eleganti momenti di design, le sfere seguono il percorso di miniarchitettura con una naturalezza ostinata e misteriosa, emozionante. Si intuisce che un numero enorme di leggi si è messo in moto e ciò che si vede ne è appena la manifestazione di superficie. Lo scarto successivo è la curiosità, capire come e perché succede esattamente quello che appare. Per i più piccoli è la scoperta di un linguaggio universale che modella l’armonia delle cose e della vita. Lo è anche per i più grandi o, comunque, un bel ricordo.
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