Categorie: Design

Il Nuovo Design Italiano

di - 19 Luglio 2006

Il design delle nuove generazioni è molto diverso da quello dei Maestri del Novecento. Senza arrischiare discutibili (e per alcuni ovvie) gerarchie, è comunque importante sottolineare come per i Breuer, i Gropius, gli Eames, gli Aalto –ma anche per i Colombo, i Magistretti, gli Zanuso, i Sottsass– la sfida storica del disegno industriale fu quella di fornire, pur nella diversità delle proposte, soluzioni definitive ai problemi dell’abitare posti dalla grande diffusione dei prodotti di serie.
Oggi le cose sono molto cambiate. In quella che Zygmunt Bauman chiama “società liquida” non ci sono più “prodotti” ma solo “procedimenti”. Non ci sono più archetipi ma solo svolgimenti, trasformazioni, evoluzioni, involuzioni. Per questo la Triennale di Milano ha scelto di impegnarsi in un’opera di ricognizione e censimento dei giovani designer italiani. Fino al 15 giugno i progettisti con meno di 39 anni e 3 mesi hanno potuto fornire i loro materiali per una ricerca che sfocerà nella mostra curata da Andrea Branzi The New Italian Design, ospitata nel palazzo della Triennale dal 18 gennaio al 27 aprile 2007.
In attesa di vedere il risultato, si può fin da ora rilasciare un giudizio di merito. L’iniziativa della Triennale risponde infatti ad un’esigenza reale. Troppi cambiamenti sono intervenuti dalla generazione dei Maestri, che concepiva l’atto progettuale come concentrazione del vigore propositivo in un unico momento, intenso e importante, posto a monte del prodotto. L’energia messa in circolo dai giovani designer si presenta invece di minore intensità (“debole”, dice Branzi, con evidente riferimento al “pensiero debole” di Gianni Vattimo), ma allo stesso tempo diffusa, non fosse che per il crescente numero di soggetti coinvolti a vario titolo nella dimensione del design (proliferare di professori e studenti, moltiplicarsi di studi specializzati, attecchire di critici e riviste, ecc.).

Soprattutto, mentre i Maestri puntavano alla creazione di nuovi archetipi, i designer di oggi perseguono l’innovazione continua– al punto che per i più giovani di loro (quelli tra i venti e i trent’anni) il design si riduce interamente all’innovazione di prodotto, in qualunque direzione (o deriva) essa si sviluppi.
“L’innovazione –scrive Branzi– è un’attività che tende a individuare strategie dinamiche e proposte continuamente rinnovabili; quindi niente di definitivo, ma sempre reversibile”. Quelli che per i Maestri furono vin-coli determinanti (producibilità in serie, basso costo, qualità standard per il maggior numero di persone possibile) non sono più tali per i giovani progettisti, la cui irrequietezza ama cimentarsi tanto con la grande quanto con la piccola serie, tanto con i materiali e le forme della tradizione quanto con i ritrovati più avanzati, tanto con il recupero e il rici-clo –sia semiologico che materiale– quanto con la generazione di forme al computer e il rapid prototyping.
Sarebbe in ogni modo assurdo chiedere a questi ragazzi una maggiore chiarezza, magari producendo per la “durata”. Il loro mondo è liquido, e, sempre seguendo Bauman, ciò che è liquido non ha una forma propria, ma assume di volta in volta quella del contenitore in cui si trova. Niente è vissuto da loro come statico e definitivo. In accordo con i “segni” di cui si sono nutriti, sanno –anzi, sentono– che tutto è reversibile, e che ogni oggetto non è mai solo se stesso ma sempre qualcos’altro. Ciò che era prima, ciò che sarà dopo, ciò che sarebbe potuto essere. Ogni cosa è inquieta, instabile, trepidante.

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www.triennale.it

stefano caggiano

*foto in alto: Match radio – Gabriele Pezzini per MUJI

[exibart]

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