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exibart prize incontra Ana Paula Torres

di - 16 Dicembre 2022

Qual è stato il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico principia in Brasile, dove frequento per diversi anni i corsi di disegno e pittura presso l’Atelier Calligaris di São Carlos. Proseguendo gli studi a Roma, prima alla Porta Blu Art School (con Alberto Parres), poi alla Scuola d’Arti Ornamentali San Giacomo ed, infine, all’Accademia di Belle Arti di Roma, comincio ad interfacciarmi ad una visione professionale e concreta del mondo dell’arte. Un percorso lungo e faticoso – in parallelo ad altri miei impegni legati alla promozione dei rapporti tra i miei due Paesi -, che mi ha permesso di allargare gli orizzonti, di conoscere meglio me stessa e di raffinare il mio lavoro. Un percorso che prosegue tutt’oggi accompagnandomi in ogni istante della mia vita, poiché essere artista vuol dire esserlo costantemente in connessione col mondo che ci circonda, catturando tutti i tipi di informazioni. È non porsi dei limiti e aprirsi a nuove conoscenze, esperienze, sensazioni. È produrre e fare ricerca.
È essere in grado di trovare un proprio linguaggio per comunicare ed interagire con gli altri in modo speciale e trascendentale donando corpo ed anima per indagarsi ed indagare, arrivando all’intimo delle persone senza sfiorarle, senza nemmeno conoscerle. Ritengo dunque sia non avere paura di emozionarsi e di far emozionare, vedere l’invisibile nel visibile.

Quali sono gli elementi principali del tuo lavoro?

Il mio è un lavoro informale, astratto, o forse sarebbe meglio dire: “non del tutto figurativo”, che si basa sulla sperimentazione materica, sulla complessità cromatica e sull’importanza che i colori hanno per la percezione visiva e per gli stati d’animo. “Cosa vedo quando vedo?” Questa domanda mi accompagna sempre, mentre porto avanti i miei studi sull’invisibile nel visibile. Tra gli artisti e filosofi che nutrono questa mia ricerca teorica e pratica vi sono Maurice Merleau-Ponty, Paul Klee, Martin Heidegger, Wassily Kandinsky, Nato Frascà, Paul Cézanne, Gerhard Richter, Anselm Kiefer, e Alberto Burri.

In quale modo secondo te l’arte può interagire con la società, diventando strumento di riflessione e spinta al cambiamento?

L’Arte può nel modo che le è più consono, ovvero, tramite le emozioni. Essa è potente proprio perché in grado di provocare emozioni in ognuno di noi. È un linguaggio universale che tocca nel profondo, che spiazza, che può far ridere o piangere, stimolare il dialogo, la comunicazione e migliorare la convivenza in ambienti finora difficili. Com’è ben noto, ci sono studi che sostengono quanto sia benefico per la nostra salute fisica e mentale essere a contatto con l’arte. L’arte non ha limiti, non si pone limiti, può e deve presentare ogni argomento in tanti modi e con diverse chiavi di lettura. Ritengo sia nutrimento per l’anima.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Reduce da un’importante mostra personale all’Ambasciata del Brasile a Roma, sto già lavorando a due progetti per il 2023: uno per il Brasile e uno per la Norvegia. Poi vorrei proseguire la mia ricerca artistica sia in ambito pittorico che scultoreo e ampliare le collaborazioni e sinergie con curatori, gallerie ed altri profili della società che considerino l’arte una grande risorsa. Sono anche disponibile a collaborare con enti pubblici locali per la promozione del territorio e dei servizi alle persone attraverso l’arte. Diciamo che le idee non mancano! Sono alla ricerca dei partner giusti per metterle in pratica. In tal senso sto proseguendo una sinergia con la giovane ed emergente Galleria d’Arte ed Associazione Culturale di Roma “Agarte – Fucina delle Arti”, con la direzione di Alessandro e Mauro Giansanti. Abbiamo portato l’arte in luoghi inconsueti di Frascati (Roma), come al mercato della frutta, o per strada, facendo comunicare l’arte attraverso nuove forme espositivo-divulgative! Abbiamo avuto ottimi riscontri dai cittadini e dall’amministrazione che ci ha fatto comprendere quanto le persone in realtà siano ricettive, se messe nella condizione di ricevere il messaggio comunicato.

In quale modo le istituzioni potrebbero agevolare il lavoro di artisti e curatori?

Servirebbe uno sguardo al futuro agendo sul presente. L’Italia vanta a livello mondiale un
patrimonio artistico unico, ma a mio avviso vive troppo nel suo passato. L’arte contemporanea diventa così soffocata e limitata dalla grandiosità storica poiché “ubriacata” dalle grandezze passate. Nelle grandi città come Roma gli artisti sono costretti ad affittare spazi lontani dal centro e spesso senza alcuna comodità per riuscire ad affrontare tutte le spese che comportano questa tipologia di lavoro. Quindi le istituzioni potrebbero contribuire magari con la concessione e rivitalizzazione di spazi pubblici dismessi o sequestrati, dove con una pianificazione ben fatta si potrebbe aiutare gli artisti, ma anche promuovere attività a favore della popolazione, del territorio, del turismo e della cultura. Un altro aspetto importante è quello di sostenere artisti e curatori con bandi di finanziamento pubblico che non siano ad esclusione per età. È importante promuovere lo sviluppo socioeconomico dei giovani, ma invece di non escludere a prescindere dai bandi i candidati che superino i 35 anni, si potrebbero creare situazioni miste, ad esempio: 70% under 35 e 30% over 35! È da sottolineare che ci sono tanti artisti over 35 che per portare avanti la propria ricerca sono costretti a svolgere altri lavori, il che, purtroppo, rallenta i tempi di produzione e spesso anche la qualità del risultato. Aggiungerei anche la promozione di un maggiore dialogo tra il passato ed il presente, con un incremento di iniziative in cui opere di artisti viventi possano dialogare con quelle di generazioni passate, in strutture diffuse per tutto il territorio, sia in centro che in periferia.

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