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exibart prize incontra Claudio Detto

di - 18 Febbraio 2026

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

Fin da giovane amavo disegnare ma forse il mio percorso artistico ha avuto inizio dopo il mio primo matrimonio, quando non avendo soldi, mi sono cimentato nella pittura per ”esigenze di arredamento”. Il vero ‘battesimo’ con l’olio su tela risale quindi al 1974. In quel periodo amavo i pittori del Novecento italiano, Morandi Modigliani, De Chirico ed i miei quadri replicavano ed omaggiavano questi inarrivabili.  All’epoca ero giovane, pieno di entusiasmo, ma la vita mi ha portato su altre strade: il lavoro, la famiglia, la gestione della mia azienda hanno assorbito tutte le mie energie. Ho dovuto mettere in pausa quella che sentivo essere una vocazione.
La ‘rinascita’ artistica è coincisa con la vendita della mia società, il momento in cui ho finalmente potuto dedicarmi a tempo pieno alla mia passione. Non c’è stato un singolo incontro o un’esperienza quanto un ritorno a me stesso, alla necessità interiore di esprimermi. È stato un po’ come ritrovare un vecchio amico che avevo trascurato per decenni, e da lì la ricerca, che prima era istintiva e ingenua, è diventata consapevole e ininterrotta.

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

Oggi, la mia pittura informale e astratta è guidata principalmente dall’emozione pura e dall’interiorità. Non cerco di rappresentare il mondo esterno, ma piuttosto di estrarre e materializzare sensazioni, stati d’animo, ricordi.
La domanda che mi pongo è: ‘Riesco a trasmettere un’energia, un’atmosfera, un’emozione senza usare forme riconoscibili?’
Quello che mi spinge a creare è un’urgenza espressiva quasi fisica. È un bisogno di ‘dire’ qualcosa che non si può esprimere a parole. Ogni nuova opera nasce dal desiderio di esplorare una nuova combinazione cromatica o una diversa densità materica che possa veicolare una sensazione inedita.

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

I materiali e le tecniche giocano un ruolo fondamentale; sono i co-protagonisti del mio lavoro, non semplici strumenti. La mia pittura spesso è molto materica.
La scelta degli strumenti espressivi è casuale o dettata dall’istinto del momento. Non uso solo pennelli, ma spatole, stracci, rulli, a volte le mani stesse. Sperimento con la consistenza del colore, con l’aggiunta di sabbie, gesso o altri medium per creare rilievi, crepe, profondità o sottrazioni.
L’informale vive di gesto e materia, quindi la ‘casualità controllata’ del segno e la fisicità del materiale sono essenziali per il risultato finale.

Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

Questa è una domanda difficile, sono molto critico con me stesso e quasi sempre insoddisfatto. L’opera preferita sarà la prossima ma se proprio devo scegliere direi Materia, una tecnica mista del 2020, dipinta principalmente con le mani.
Rappresenta per me il superamento di un momento di stallo creativo. La sfida non è stata tecnica, ma emotiva: riuscire a lasciare andare il controllo. Nell’arte informale è facile cadere nel ‘decorativo’ se non si è autentici. Quell’opera mi ha insegnato a fidarmi del processo, a lasciar ‘respirare’ il quadro, accettando l’errore e l’imprevisto come parte integrante dell’opera stessa. È un promemoria costante che l’arte è un dialogo, non un monologo.

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Il mio metodo è l’assenza di metodo rigido. La mia ricerca non è intellettuale o concettuale a tavolino. È viscerale, istintiva.
Spesso inizio con un’immagine mentale vaga, una combinazione di colori che mi ronza in testa, o a volte semplicemente con un gesto impulsivo sulla tela bianca. La fase di sviluppo è un dialogo continuo con l’opera che prende forma. Aggiungo, tolgo, copro, sfregio.
È un processo stratificato, letteralmente e metaforicamente. Non faccio bozzetti preliminari; il progetto si sviluppa e si completa sulla tela stessa, seguendo il flusso del momento e l’energia del giorno.

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

Le sfide sono molteplici. A livello personale, la sfida più grande è mantenere l’integrità artistica in un mondo che spesso richiede compromessi commerciali o la creazione seriale di opere ‘facili’ da vendere. Io cerco di superarla restando fedele alla mia visione, costi quel che costi.
La sfida pratica, lo ammetto, è la promozione e la vendita. Non sono un uomo di marketing, sono un pittore. Ho partecipato a oltre 180 mostre e sono presente su oltre 100  cataloghi, enciclopedie e riviste d’arte (ad esempio, Enciclopedia d’Arte Italiana, CAM Catalogo dell’Arte Contemporanea, Atlante dell’Arte Contemporanea, Artisti Annuario Internazionale d’Arte Contemporanea) ma la visibilità nel mondo digitale di oggi richiede competenze che non padroneggio.
Come cerco di superarle? Concentrandomi su ciò che so fare meglio: dipingere con passione. Spero che la sincerità e la qualità del mio lavoro trovino la loro strada, magari anche grazie ad interviste come questa, che mi permettono di raccontare la mia arte a un pubblico più ampio.

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