Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
Durante il periodo accademico, io ed alcuni altri aspiranti artisti, abbiamo avuto l’occasione di vivere in un luogo ibrido fra residenza e scuola, uno spazio fondamentalmente autogestito e totalmente al di fuori del contesto sociale. Per diversi anni nei mesi estivi ho soggiornato in una tabaccaia abbandonata ai margini del lago di Bilancino. Questo periodo ha segnato in maniera indelebile la mia vita, mi ha fatto capire quanto realmente la pratica artistica fosse per me mezzo necessario e intermediario per capire la realtà, esteriore e interiore.
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
Ho necessità di esplorare la Bellezza. Ho bisogno di conoscere la realtà in cui vivo e la contemplazione e la pratica pittorica mi consentono di muovermi in un confine labile, ma che sento autentico, fra materia e spirito, fra visibile e invisibile.
Le mie tematiche riguardano l’introspezione, l’attenzione al femminino, la relazione con la natura, il rapporto fra corpo e spazio, la Legge della Corrispondenza.
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
Penso che la tecnica debba formarsi in base alle esigenze espressive e non viceversa. I materiali diventano quindi una conseguenza di soluzioni di volta in volta differenti, uno strumento malleabile e arbitrario. Infatti il mio modo di utilizzare il colore ad olio non è conforme alla classica tecnica accademica: parto da pigmento puro con olio di lino, ma spesso lo sgrasso con essenza di trementina e resine che mi aiutano a trovare diluizioni e trasparenze. Anche i pastelli sono autoprodotti permettendomi così una personalizzazione di consistenze e di cromie. Mi piace lavorare con materie prime e semplici che partono da un procedimento artigianale un po’ da bottega rinascimentale. Un modo che mi permette di conoscere bene la materia e di testare varie tecniche, adattando perfettamente la chimica alle mie esigenze.
Per me l’opera comincia infatti con la preparazione del suo supporto e del colore; spesso dico “non dipingo su tela, ma con la tela”. Questa è formata da tessuto di cotone grezzo, mesticato con colla di coniglio, poi misture di pigmento, olio, resine ed essenze come colori e medium. Questo procedimento un po’ sperimentale e alchemico mi consente una grande libertà e si adatta perfettamente al mio processo creativo.
Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legata? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
L’opera Florilegium rappresenta un nuovo inizio, un cambiamento nel mio approccio pittorico. Ma la sua storia comincia molto tempo addietro. Circa 15 anni fa trovai in campagna un cerchio di legno abbandonato nei pressi di una fattoria disabitata. Fui da subito attratta da tale manufatto che parlava di una storia antica e a me sconosciuta e lo raccolsi. Non so bene a cosa servisse o il motivo per cui decisi di prenderlo visto che era anche molto ingombrante. Nel corso di vari traslochi e cambiamenti questo pezzo di legno è sempre rimasto con me. Poi finalmente nel 2024 ho deciso di tirare sopra di esso una tela e dipingerci. Quest’opera rimarrà nella mia collezione privata proprio perché ha in sé una storia legata al mistero e al tempo latente.
E’ venuto fuori un buon pezzo selezionato poi da Arteam Cup, menzionato al Combat Prize e da cui ha preso anche il nome la mia mostra omonima al Museo della Fraternita di Arezzo. Dopo questa opera il formato rotondo è diventato una costante nei miei lavori. Ho sempre ricercato una circolarità costruttiva di movimento dello sguardo all’interno delle mie opere, un dinamismo dove l’occhio può viaggiare libero e spostarsi continuamente lasciando che sia lo spettatore a scegliere il suo focus preferito.
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?
Direi più un processo che un metodo. Mi piace essere libera e cerco di non avere troppe idee prestabilite, voglio affidarmi alle immagini che si rivelano durante il processo creativo e seguirle, lasciarmi guidare da sensazioni e ridurre al minimo possibile la mente razionale. Non eseguo disegni preparatori perché questi comprometterebbero il piacere della scoperta. Questo processo mi permette di vivere l’atto pittorico come un viaggio sorprendente, in cui io mi affido alla pittura che di volta in volta si rivela nell’esecuzione. Questo approccio mi sembra l’unico possibile, autentico e coerente al mio sentire e mai posso profanarlo. Quindi direi che il mio lavoro si va facendo per associazione di sensazioni e di immagini. Parto semplicemente da un soggetto che cattura la mia attenzione nella realtà o che è custodito nella mia memoria e, una volta fissato sulla tela, quest’elemento innesca il principio di una storia, un’epifania che poi io non faccio altro che seguire.
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?
Le principali sfide che incontro sono nelle impostazioni socio-culturali.
Penso al concetto di artista, al ruolo della donna, al posto che occupano la spiritualità e la poesia nella nostra società. E non mi stupisco della distruzione, dell’abbruttimento, della violenza, della competizione. Non mi identifico con questo sistema ma sono anche consapevole di non poter risolvere nessuna delle sue problematiche, ma di certo posso invece prendere le distanze da tutto e reagire agli opposti, lavorando quindi sulla creazione, ricercando la bellezza, la gentilezza, la spiritualità, favorendo l’introspezione e la libertà intellettuale.
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