Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
Il mio percorso artistico nasce da un’esigenza espressiva molto precoce, una necessità profonda, quasi fisiologica. Sono cresciuta in collina, nella vallata di Valvisciolo a Sermoneta, in un contesto dove la natura era presenza viva, costante e totalizzante. Il paesaggio, gli animali, il ritmo delle stagioni hanno formato il mio sguardo e il mio sentire. Ero timida e poco incline alla parola e il disegno è diventato presto uno spazio sicuro dove poter esprimere le emozioni che non riuscivo a tradurre in linguaggio verbale. Ho dipinto la prima tela ad olio a sette anni in un periodo in cui gli hobby di mio padre erano appunto la pittura e la fotografia. L’amore per l’arte e la natura nascono lì, tra boschi, prati, fiori, animali domestici, pennelli, tubetti e il buio rosso della camera oscura allestita in bagno, silenzi profondi in un tempo lento pieno di osservazione.
Più tardi, gli studi al liceo artistico insieme all’esperienza ventennale come guida al Giardino di Ninfa e la cura di animali abbandonati hanno trasformato quell’affetto infantile in consapevolezza.
Ho sempre lavorato in modo istintivo, ma lo studio della storia dell’arte e la frequentazione di artisti, fiere ed esposizioni mi hanno permesso di riconoscere assonanze profonde con movimenti come l’Impressionismo, l’Espressionismo e la Nuova Figurazione. Nel tempo, alcuni critici hanno accostato il mio lavoro a figure come Mario Schifano, Cy Twombly o Tracy Emin, riferimenti che accolgo con rispetto, ma che considero soprattutto punti di dialogo, non modelli da seguire. La mia ricerca resta autonoma, radicata in un’urgenza personale che continua a guidarmi.
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
I temi che attraversano la mia ricerca sono, come già detto, la natura, la tutela degli animali, la valorizzazione del femminile e il concetto di protezione. Non li affronto in modo illustrativo, così come le cromie non sono utilizzate in modo naturalistico.
La figura femminile nelle mie opere ha una componente autobiografica, non ho mai accettato le discriminazioni che le donne si trovano ancora oggi ad affrontare. La donna nel mio lavoro non è trattata in chiave vittimistica, mi interessa rappresentare un femminile consapevole, attraversato da fragilità ma non definito da esse, capace di trasformazione e affermazione.
Dipingere, modellare la creta, fissare immagini con scatti fotografici e soprattutto far coesistere tecniche diverse in un progetto, sono per me attività primarie che fanno parte del mio quotidiano, Creare nuove opere è necessario per dare vita a immagini ed idee che la mia mente produce incessantemente, è un modo per placare i pensieri ed entrare in relazione profonda con me stessa.
Ogni opera tenta di stabilire un equilibrio sia personale che, ideologicamente, tra essere umano e natura, tra maschile e femminile. Il processo creativo è intenso, a volte faticoso, ma per me estremamente vitale.
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
Il mio approccio ai materiali è spontaneo, istintivo, non scelgo mai una tecnica in modo freddo o progettuale, tendo a far dialogare diverse tecniche nella stessa opera. Le superfici pittoriche, scultoree e fotografiche devono essere coerenti con le emozioni che sto attraversando.
Nella pittura la materia è a volte è più densa, stratificata, altre volte più rarefatta, diluita e lascia spazio a sgocciolature. Tendenzialmente parto dal colore, è lui che mi guida, che apre lo spazio dell’opera. È come se la materia cromatica avesse una voce propria, capace di suggerire forme, presenze, movimenti. Solo in un secondo momento emerge il disegno, o meglio il segno, che è parte integrante del mio lavoro. Uso spesso una sorta di calligrafia automatica, parole che si muovono sulla superficie come pennellate, progressivamente perdono significato letterale e diventano pittura. La scrittura si dissolve e resta il gesto.
Nella scultura tendo a fondere materiali come creta, ferro e vetro in assemblaggi che si fondono e compenetrano.
Nei progetti fotografici entra comunque in gioco l’elemento gestuale e pittorico, attraverso l’utilizzo di acidi vado a sciogliere alcuni elementi dell’immagine e con la pittura ad olio o acrilica ne modifico o enfatizzo il senso.
Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legata? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
Sono legata affettivamente a tutto il mio lavoro ma i nuovi progetti creano sempre pathos, agitazione o timori. Nel mio ultimo ciclo Dee Botaniche, cerco di rappresentare immagini riconoscibili, evocative ma non descrittive e la sfida è nella ricerca dell’equilibrio tra figurazione e astrazione, far convivere soggetti naturali e figure femminili in un dialogo simbolico dove fiori, piante e archetipi possono diventare elementi attraverso cui indagare il presente.
Un’altra dimensione a cui sono profondamente legata è la creazione di Ranarossa 3.0, un run space volto alla promozione di giovani artisti. Non è certamente un’opera, ma è una costruzione culturale che considero parte della mia pratica artistica. Fondare uno spazio dedicato all’arte contemporanea, lavorare come curatrice e talent scout, sostenere altri artisti, significa estendere il concetto di creazione alla comunità. È un atto di responsabilità. La sfida più grande è stata conciliare il tempo della mia ricerca personale con quello dell’organizzazione, ma credo che entrambe le dimensioni si nutrano a vicenda. Oggi considero questa complessità un elemento strutturale del mio percorso.
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?
Il mio processo è intuitivo ma non casuale. C’è una fase di sedimentazione, spesso silenziosa. Osservo molto la natura, le persone, i dettagli minimi. Raccolgo suggestioni, appunti, parole. Quando inizio a lavorare, entro in uno stato di concentrazione quasi meditativo. Il colore apre il campo, il segno lo attraversa. Non parto quasi mai da un disegno preparatorio, preferisco che l’opera mi sorprenda e mi guidi. La fase più delicata è quella in cui devo fermarmi, capire quando l’immagine ha raggiunto un suo equilibrio interno e non ha più bisogno di interventi.
La ricerca non si chiude in un singolo ciclo, è un processo continuo che attraversa le opere e le mette in relazione tra loro.
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?
Le principali sfide che incontro oggi come artista riguardano soprattutto il rapporto tra la pratica artistica e il contesto in cui essa si inserisce. Nella quotidianità, il ruolo dell’artista è spesso poco riconosciuto e raramente considerato come un lavoro a tutti gli effetti, il tempo dedicato alla ricerca, alla sperimentazione e alla produzione delle opere rimane in gran parte invisibile e difficilmente compreso.
Allo stesso tempo, il sistema dell’arte appare spesso piuttosto chiuso e accessibile a un numero ristretto di persone. L’ingresso in certi circuiti dipende non solo dalla qualità del lavoro, ma anche da dinamiche relazionali, opportunità e contesti che non sono sempre alla portata di tutti. La sensazione è che l’attenzione si orienti verso le tendenze del momento o verso logiche di mercato, più che verso un interesse reale delle ricerche individuali.
Inoltre nella pratica artistica è importante mantenere coerenza e autenticità, quando avverto il rischio di dispersione torno agli elementi che sono per me fondamentali ossia il colore, il segno, la relazione con la natura, coordinate che mi permettono di mantenere una linea chiara nel tempo, di ritrovare la direzione e la verità del mio lavoro.
Il secondo nodo riguarda il doppio ruolo di artista e promotrice culturale. Gestire Ranarossa 3.0 richiede molte energie e implica responsabilità organizzative e relazionali importanti. Tuttavia considero questa dimensione parte della mia visione poiché l’arte non è solo produzione individuale, ma costruzione di un contesto.
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