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exibart prize incontra Giovanni Maria Sacco

di - 16 Febbraio 2026

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

Anche se ho cominciato a fotografare ad otto anni, il punto di flessione è avvenuto nel 1975-1976 quando ho passato alcuni mesi a fotografare luoghi abbandonati (paesi, miniere, cave, ecc.) nelle alte Alpi piemontesi. Lì ho capito che quello che davvero mi interessava non era la fotografia singola, ma la storia, sia come serie sia come libro. In quel momento ho prodotto il mio primo libro, “Le plaisir de mourir sans peine”, stampato a mano su carta fotografica legata da bulloni, in due copie.

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

I miei temi principali sono l’impermanenza delle umane cose e la metafisica. Più in generale, cerco la bellezza dove uno non si aspetta di trovarla. Come Walt Whitman, “sono vasto, contengo moltitudini”: i miei interessi comprendono rovine moderne (grandi fabbriche, principalmente), fotografia industriale, natura morta (post mortem, in realtà), ritratti, nudi, ma l’elenco è lungo.

La mia fotografia è stata da molti definita come classica ed infatti non sono interessato a quelli che sembrano i trend correnti: per alcuni originalità a tutti i costi e fine a se stessa, per altri copiatura indiscriminata di idee, metafore infantili, trucchi e trucchetti usati e riusati.

Sono in controtendenza rispetto a queste tendenze, ma evidentemente questo viene apprezzato dal momento che ho vinto oltre cento premi internazionali.

Sono stato influenzato da quello che per oltre trent’anni è stato il mio  lavoro: la ricerca e la didattica in informatica, come professore universitario. Non è quindi sorprendente che il rasoio di Ockham sia così evidente nel mio lavoro.

Mi pare che fosse van Gogh a dire che solo quando creava si sentiva vivo. Senza arrivare a questi estremi, la fotografia per me è una necessità.

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

Ritengo che la tecnica e la sperimentazione siano molto importanti sia per raggiungere lo scopo che uno si prefigge, sia per aprire nuovi orizzonti. Naturalmente ogni progetto può richiedere l’utilizzo di tecniche diverse, esistenti o da inventare. Per questo motivo fotografo sia in digitale sia su pellicola di grande formato (da 4×5” a 8×10”). Nel 2014, per il mio progetto “Applied Metaphysics” ho inventato una tecnica per ottenere immagini ad altissima risoluzione (400+ milioni di pixels) e permettere stampe di grandi dimensioni (3x3m ed oltre) senza perdita di qualità.
Infine, credo che le fotografie debbano essere stampate e non viste su uno schermo. Per questo motivo, sono molto interessato ad antiche tecniche di stampa, quali il platino-palladio e la photogravure, che offrono una qualità tonale ed una permanenza insuperabili.

Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

Sono particolarmente legato al mio ultimo libro, “Metafisica Concreta/Concrete Metaphysics” pubblicato da Contrasto nel 2024, che fa seguito a “Silent Theaters” pubblicato da Kehrer Verlag nel 2023. Quello che volevo ottenere era suggerire l’esistenza metafisica di un mondo al di là della comune percezione delle cose. Credo di esserci riuscito, almeno in parte. Il libro è stato molto apprezzato e ha vinto numerosi premi internazionali, tra cui il primo premio assoluto nella categoria libri al Tokyo International Foto Awards.

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Ogni progetto richiede una preparazione impegnativa ma diversa. Lo scouting di luoghi interessanti, la selezione di modelle, la ricerca di oggetti per le nature morte sono attività necessarie per le quali l’uso di internet è imprescindibile.

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

Credo che un problema veramente evidente sia l’enorme quantità di immagini da cui si viene bombardati. La maggior parte costituisce un rumore di fondo senza un vero contenuto e diventa un anestetico percettivo. Per questo motivo molti producono immagini “strillate” che cercano di attirare l’attenzione, esattamente il contrario della mia poetica. Non intendo fare nulla per superare questa situazione, se non continuare a fotografare solo ciò che mi interessa e a migliorare quello che realizzo.

Applied Metaphysics #11

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