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exibart prize incontra SeA

di - 5 Gennaio 2026

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

Sono nato a Roma, città dove ho concluso gli studi d’arte e iniziato a dare spazio alla creatività partecipando anche a delle esposizioni. Le opportunità mi arrivarono però dal mondo della musica e per circa vent’anni ho fatto il cantante lirico girando il mondo in lungo e in largo.
Lasciate le scene, nel 2010 ho avuto l’opportunità di condurre un laboratorio di espressione pittorica presso una comunità terapeutica del trentino, una esperienza che si è protratta per quasi dieci anni e che, in qualche modo, mi ha ricondotto al comunicare per immagini.
Il lavoro che sto sviluppando infatti, si è alimentato del candore e della semplicità con cui i ragazzi della comunità si misuravano con la superficie pittorica.

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

La mia ultima produzione prova ad affrontare temi legati all’enorme complessità del mondo naturale e le sue innumerevoli forme. Cogliere l’immagine, l’integrale singolare in ciò che ci siede accanto, è una pratica di attenzione che ormai svolgo quasi quotidianamente. Quando questo stato sensibile supera una certa soglia, inizio a programmare il lavoro, che per me è il tentativo di riabilitare il percetto emotivo che quella forma ha scosso.

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

Nel mio lavoro di ricerca e realizzazione pittorica utilizzo sia strumenti classici quali colori, tele e pennelli, che strumenti tecnologici quali proiettori, computer, software per ritocco fotografico, ecc.. La scelta operativa è dettata dalle caratteristiche presenti nell’immagine. Se ad esempio essa è ricca di particolari, mi servirò di proiezioni fotografiche che mi permettono di non trascurarne alcuno, non per fare dell’iperrealismo, ma per estrarre dalla
complessità del mondo la sua anima astratta.

Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legata? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

L’opera che ultimamente mi ha richiesto più attenzione ed energia, è Syncretic 3. Un olio su tela di tre metri per uno e trenta, che riproduce un basso fondale marino da me colto e registrato nelle acque dell’Isola di Ponza.
Ero rimasto colpito dall’inquadratura posta dall’alto. Una immagine perfettamente naturale cui intravedevo un’anima astratta e in movimento, per via delle leggere onde di superficie che distorcevano ogni forma presente nel fondo.
Questo lavoro ha richiesto oltre tre mesi di lavoro. E’ stata una bella sfida, non solo per la gran quantità di particolari che c’era da elaborare, ma per aver voluto espandere il punto di vista centrale, cioè soggettivo, a tutta la superficie.
Le parti periferiche dell’immagine infatti, subiscono una forte dissolvenza per via dell’aumentato spessore dell’acqua stabilito dalla diagonale prospettica. Per offrire centralità ad ogni punto dell’ampia tela ho dovuto quindi ricreare il fondale di queste aree che la foto non aveva registrato. Conservare coerenza formale e cromatica senza averne un modello attivo non è semplicissimo, ma ne è valsa la pena, in quanto l’opera è andata arricchendosi di una variante concettuale: può essere posta a terra oltre che su parete, come di consuetudine. Con una lastra di plexiglas a sua copertura, infatti, ci si potrebbe salire sopra e scoprire come primario ogni punto dell’immagine cui l’occhio decide di fermarsi.

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Il processo di ricerca e sviluppo che attuo inizia con una immagine colta dal quotidiano e che mi ha colpito, in quanto pregna di stati sintetici. Ad essa dedico, grazie all’onnipresente smartphone, un ampio servizio fotografico. Le immagini registrate vengono poi passate al vaglio e quella vincente elaborata al computer finché non raggiunge le dinamiche emotive che ho conservato nella memoria. A questo punto parte il gioco delle proiezioni, il momento in cui comprendo quale dimensione e geometria meglio si adatta ad accogliere e valorizzare la potenza espressiva di quell’immagine.
Fatto questo, prendo il via il lavoro pittorico, un processo ch’io considero ancora di natura artigianale e che, quando riesce, induce l’immagine a vibrare, a riportare in luce il suo potenziale espressivo, il suo messaggio nascosto.

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

La sfida che oggi l’artista deve affrontare, penso sia di ordine esistenziale.
Il mondo globalizzato ci presenta uno sterminato numero di creativi che lottano per avere visibilità e in questo quadro, è facile provare sconcerto e sconforto. La strategia con cui rispondo a questo caotico fenomeno, consiste nel porsi con un certo distacco, impedendo cioè che mode, gallerie, critici, mercato ecc. influenzino le scelte che ognuno porta avanti.
Mantenere contatti col mondo dell’arte, tenersi informato sulle opportunità che di volta in volta si presentano va benissimo, ma farsi modellare dalle loro fluttuazioni nevrotiche può divenire un ostacolo per il proprio lavoro creativo e per le intenzioni messe in gioco.
Credo che oggi si possa ben navigare anche soltanto a vista, vagando sulle onde del mare a prescindere dall’esistenza o meno di un possibile approdo.

Syncretic 3

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