Una decisione radicale, quella del Mondrian Fund, che ha annunciato che il Padiglione Olanda alla prossima Biennale d’Arte di Venezia non si farà. O meglio, non nella sua sede tradizionale, cioè nell’ampia e luminosa struttura costruita da Gerrit Thomas Rietveld, personaggio iconico del design e dell’architettura olandese, campione nazionale del Neoplasticismo. Per la Biennale d’Arte del 2021, insomma, l’Olanda dovrà trovare un nuovo spazio e sicuramente la scelta non manca, contando i tanti magnifici palazzi di Venezia.
«È bello deviare da uno schema, senza rinnegare ciò che abbiamo fatto in passato o ciò che faremo in futuro. Rompendo con il passato, possiamo ricalibrare il nostro percorso e creare un nuovo punto di partenza», ha commentato Eelco van der Lingen, direttore del Mondriaan Fund, l’ente pubblico che, tra le altre cose, si occupa dell’organizzazione della partecipazione dei Paesi Bassi alla Biennale di Venezia.
Bisogna dire che in Olanda, su questo argomento, non ci vanno tanto per il sottile: nel 1953, infatti, si decise di demolire il vecchio padiglione, risalente al 1914 e progettato da Ferdinand Boberg, affidando la realizzazione della nuova sede a Rietveld, che in quegli anni era considerato un Maestro. Il nuovo edificio venne presentato nel 1955 e Bruno Zevi lo descrisse per l’Espresso non troppo affettuosamente: «Un cassone, sebbene animato da sferzanti partiti neoplastici sovrapposti e da deliziosi dettagli». Ma Rietveld era al riparto da tutte le critiche e ricordiamo che, tra i tanti suoi progetti studiati e copiati, come la sedia Rood Blauwe, figura anche il Van Gogh Museum di Amsterdam, completato dopo la sua morte, avvenuta nel 1964.
Chiaramente, il Padiglione ai Giardini non rimarrà vuoto. Il Mondrian Fund ha infatti annunciato che lo spazio sarà affidato all’Estonia, che lo prenderà in affitto e così avrà la possibilità di esporre nella sede principale della Biennale di Venezia. Un’occasione da non perdere per la Repubblica baltica, perché dal 1996 non è più possibile costruire nuovi padiglioni nei Giardini. La prima partecipazione dell’Estonia risale giusto all’anno successivo, al 1997: era la 47ma edizione e in quella occasione espose un progetto di Siim-Tanel Annus, Raoul Kurvits e Jaan Toomik, a Riva degli Schiavoni.
«È stato spesso detto che i Giardini riflettono un antiquato equilibrio di potere ma nessun Paese rinuncia al suo posto, sul palco principale della Biennale. Allo stesso tempo, è bene per noi uscire dalla nostra comfort zone e, per una volta, esplorare con libertà al di fuori delle mura del Padiglione. Questo cambiamento offre anche l’opportunità di sviluppare un progetto non obbligatoriamente legato al contesto del Padiglione di Rietveld o dei Giardini», ha continuato van der Lingen. Un riferimento chiaro – ma a dire il vero non troppo cortese – all’ultimo progetto, presentato alla Biennale d’Arte del 2019 da Remy Jungerman e Iris Kensmil, troppo legato, ancora, all’eredità del neoplasticismo.
E non è l’unico cambiamento, anche la procedura di selezione dei progetti è diversa. Questa volta non è stata lanciata una open call, invece sarà una giuria internazionale a scegliere e proporre curatori e artisti. Un approccio totalmente nuovo, allora, per rompere con tradizione avvertita, forse, come troppo pesante, per rivalutare tutto ciò che gravita intorno al Padiglione Olanda a Venezia. La scelta è coraggiosa ed è ammirevole, sperando che paghi.
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