AL CINEMA

di - 27 Maggio 2016
Madri, mogli, amanti, figlie, ma sempre e comunque donne. Brave, bravissime protagoniste di due dei migliori film in sala in questi giorni, per ricordarci drammi familiari ed esistenziali con un’intensità rara e difficile da dimenticare. Le prime sono italiane, Beatrice Morandini Valmarana e Donatella Morelli, interpretate rispettivamente da Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti nello splendido La Pazza Gioia, ultima e matura fatica di Paolo Virzì, ambientato in una Versilia sfigurata dalla volgarità che sembra ormai aver avvolto la nostra penisola, tra discoteche, balere e night-club di infimo ordine. Scappano da Villa Biondi – una casa di recupero per donne che hanno commesso reati penali-  e rappresentano due Italie diverse ma in qualche modo complementari: la nobile ossessiva e mitomane che si divide tra un marito ricco e grigio e un ex amante bello, maledetto e criminale, e la ragazza madre disperata, ex cubista in una discoteca di provincia, fragile e tatuata. Entrambe avvezze ad ogni tipo di psicofarmaci, si danno alla fuga per ritrovare i brandelli delle loro vite passate, senza soldi ma piene di quella gioia disperata e inconsapevole che prova solo chi non ha nulla da perdere in un crescendo di situazioni che oscillano tra dramma e commedia.

Scritto da Virzì in collaborazione con Francesca Archibugi, scorrevole e mai noioso, è un film che consacra il regista come sottile e profondo interprete del mondo femminile, presente anche in molti personaggi secondari, tutti studiati con attenzione e serietà. Unica pecca, la cultura visiva, ostinatamente classica (come ha scritto Goffredo Fofi sull’Internazionale) e dal vago sapore retrò, incapace di proporre un altro orizzonte visivo diverso da quello tradizionalmente accettato. In questo senso film molto diverso da Julieta, l’ultimo lavoro di Pedro Almodovar che ha come protagoniste due attrici grandiose, Adriana Ugarte e Emma Suarez, scelte per raccontarci la vita di Julieta, devastata da scelte sentimentali troppo leggere e drammi familiari insormontabili. Anche qui le donne sono protagoniste quasi assolute, e si muovono nel cromatismo esplosivo e squillante, del miglior Almodovar: scelte stilistiche che derivano da una radicata e consapevole frequentazione del contemporaneo del tutto assente nel nostro cinema, evidente anche nella scelta della sceneggiatura, tratta da tre racconti di Alice Munro (la domanda sorge spontanea: i nostri registi leggono libri e vanno alle mostre d’arte o guardano solo la televisione?). Le emozioni trasmesse dal volto di Julieta, distrutta dall’abbandono della figlia che la accusa di aver causato la morte del padre, parlano di una donna che ha cercato in ogni modo, senza riuscirci, di rimuovere una colpa incancellabile. Sentimenti forti e dolorosi che dimostrano come Almodovar sia vicino all’animo e alla sensibilità femminile, proprio come il Virzì ne La Pazza Gioia, al quale manca soltanto un pizzico di ricercatezza visiva in più, che avrebbe reso i personaggi più incisivi. Ma al di là di questo appunto, il regista ha dimostrato di saper raccontare una storia complessa senza concentrare tutta l’attenzione sul divo unico e solo (Servillo docet!) circondato da una pletora di comprimari scialbi e senza impatto. In questo caso invece  il cast di ottimi attori, ognuno tratteggiato con accuratezza e precisione, si muove intorno a Beatrice e Donatella, in un crescendo di situazioni fino al finale, poetico e intenso. Chapeau!
Ludovico Pratesi

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  • Forse si tratta di una scelta da parte di Virzi'
    Comunque è bene che nel commento si sia data la opportuna evidenza agli elementi di extratestualita' presenti nel film di Almodovar.
    Si vede che Pratesi é un critico d'arte.

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