Cinema

di - 25 Novembre 2014
Due volti per raccontare due film, ma anche due Italie: il volto meravigliato di Elio Germano nei panni di un Giacomo Leopardi imprigionato nella biblioteca del palazzo di famiglia e quello contratto di Claudio Santamaria in divisa da tenente, appesantito dalle responsabilità e intirizzito dal freddo. Il primo dai tratti ingenui, quasi naif, senza ombra del tormento dell’anima di uno dei massimi poeti europei del Diciannovesimo secolo, l’altro tragico e intenso, autentico e onesto, come erano gli italiani che combattevano con dignità nelle trincee di fango e sassi durante la Prima Guerra Mondiale.
Due film: da una parte Il giovane favoloso, superficiale feuilleton in costume firmato da Mario Martone ed eseguito con lo stile melenso e ammiccante degli sceneggiati televisivi, per raccontare a colpi di accetta la vita di uno dei personaggi più complessi della cultura mondiale. Un Martone che appare lontanissimo dai toni acidi e violenti di Amore Molesto, che per andare incontro ai gusti del grande pubblico rinuncia del tutto ad analizzare la condizione psicologica di Leopardi, relegandola ad immagini e visioni imbarazzantemente banali e poco credibili. Dall’altra Torneranno i prati, realizzato da un Ermanno Olmi, ottantatrenne, ma ancora in grado di regalarci un capolavoro, degno del grande cinema italiano del dopoguerra, senza sbavature né sentimentalismi, ma con la forza schiacciante ed essenziale della verità.

Ma anche due Italie: nella Recanati dove il nostro “giovane favoloso” recita le sue poesie tra sterpi e boschetti, le Silvie morte sbattono le ciglia, le madri scomparse sono statue monumentali di sabbia che si sgretolano in un attimo, mentre a Napoli i bordelli sono ricettacoli di transessuali che si annidano nelle grotte per adescare rampolli di buona famiglia, in un crescendo di situazioni che perdono di credibilità ogni minuto. Sugli altopiani di Asiago invece, soffocati da una neve pesante e assoluta, nelle trincee del fronte italiano reso misero e drammatico da un bianco e nero magistrale che sottolinea l’assurdità del primo conflitto mondiale, nell’arco di una nottata dell’inverno del 1917 un pugno di soldati resiste tra la vita e la morte, per raccontare un episodio reale con la forza immensa del rigore e la crudeltà del sacrificio per un ideale.

Il giovane favoloso possiede il carisma popolare della ricostruzione perfetta della dimensione esterna del soggetto, evitando accuratamente la sua condizione interna, mentre Torneranno i prati testimonia la qualità intrinseca di chi non deve sforzarsi di assomigliare a nulla perché è semplicemente se stesso. Come i soldati del film nella trincea, che sono uomini comuni, sporchi, infreddoliti, divorati dalla paura e dai dubbi, in bilico tra la vita e la morte. Non divi né personaggi, ma persone qualsiasi, ragazzi di paese tanto simili agli italiani di oggi, in perenne combattimento con le nostre paure per sopravvivere a tempi ingrati come questi. E i loro volti, ingigantiti in ombrosi close-up dalla cinepresa di Olmi, invadono lo schermo dei cinema con espressioni così umane e dolorose da non rendere più nulla nella dimensione familiare ma riduttiva della televisione.
Un film forte come una pugnalata al cuore, che in 80 minuti spazza via grandi bellezze e giovani favolosi e ci racconta di quale cinema eravamo capaci, per farci condividere i timori di un popolo piccolo e povero di mezzi ma coraggioso e tenace, che aveva ancora il coraggio di alzare la testa per salvare la dignità dell’essere italiani. Grazie Ermanno per avercelo ricordato con un film memorabile!

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