L’Openspace del Palazzo dell’Arengario ha invitato Emmanuel Mathez e Andrea Sestito per documentare le performance di creativi di varie nazionalità che hanno partecipato alla sedicesima edizione del “Winter Festival” di Sarajevo. Una grande carovana (banda degli ottoni a scoppio, il paese delle mille danze, Juba Lane, artisti di strada, giocolieri, video-makers) è partita nel marzo 2000 alla volta di Sarajevo per partecipare al Festival Internazionale di Sarajevo “Sarajevo Winter”. La manifestazione, nata nel 1984, si è svolta durante gli anni della guerra e la “carovana di artisti” ha toccato e animato i ponti di Sarajevo, quelli di Banja Luca e di Mostar. Il progetto, realizzato attraverso installazioni, concerti, danze, performance teatrali e improvvisazioni, ha avuto come motivo conduttore il ritorno alle origini e quindi il caos come scelta di tutti i partecipanti impegnati nella ricerca delle esperienze che possono dare vita all’arte. Per l’edizione di quest’anno Arci Milano (www.arci.it/cultura/cantiere/cantiere.htm) e il Settore giovani del Comune di Milano si sono proposti di collegare Sarajevo Winter (www.ekis.com.ba/culture/sarajevskazima/index.html) con la Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo – Sarajevo 2001 che avrà come tema ispiratore “caos e comunicazione” (www.arci.it/internazionali/balcani/paesi/Bosnia/arcibs/biennale.html).
Lungo un lineare percorso espositivo gli scatti dei due giovani fotografi milanesi rispecchiano due stili diversi, personali sintassi visive di due differenti sensibilità. Testimonianze di momenti di vita quotidiana nella Sarajevo del dopoguerra, la città dei balcani distrutta dalle guerra: “Sarajevo lineare minima è un paesaggio con figure che si muovono dentro la quotidianità. Visioni di un occhio che volutamente si tiene distante o nascosto per rispetto…. Un tentativo di far parlare la città tramite il suo scenario, le sue figure e le loro azioni: piccoli gesti, semplici inquadrature…. Un percorso che si fa ogni giorno, come una traiettoria verso la normalità, come andare tutte le mattine alla stazione per prendere il treno…. ma i treni per ora non passano ancora” (Emmanuel Mathez). “Un reportage sospeso tra passato e futuro messo a fuoco nel presente da chi ha vissuto con forte intensità emotiva le tensioni che ancora gravano nell’assurdo quotidiano della città martoriata” (Andrea Sestito).
Sarajevo lineare minima, dunque, come momento e punto di partenza per una riflessione che dovrebbe provocare una continua crisi e autocritica del nostro agire nonché un sapere consapevole di quanto siamo responsabili, da sempre, dei massacri perpetrati: “La Jugoslavia non è vicina, ma è dentro le nostre coscienze” (M. Pannella, Corsera del 18.11.99).
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Tullio Pacifici
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