Con questa prima mostra Image Gallery, in collaborazione con la galleria Spazia, apre le porte all’ arte africana contemporanea e vuole porsi, per quanto riguarda la fotografia, come referente italiano di un fenomeno artistico che ha già conquistato l’attenzione del Musei, degli studiosi e dei grandi collezionisti internazionali.
La fotografia africana del Novecento ha in Dakar e Bamako i suoi luoghi deputati.e in Mama e Sala Casset le sue punte di lancia senegalesi. Il loro studio era negli anni cinquanta luogo di ritrovo alla moda per i personaggi emergenti della politica, della cultura e della borghesia senegalese.
In contrasto con lo scenario di una Dakar circondata da oceani d’ acqua e di sabbia, Sala Casset e ugualmente anni dopo Ousmane Ndiaye Dago mettono in scena la chiusura.
Costringono in uno spazio claustrofobico i loro soggetti e li illuminano con una luce artificiale e innaturale.
A Dakar, che storicamente fu il punto di smistamento della tratta degli schiavi, Casset isola, agghinda e mette in posa i notabili del Senegal dei tempi di Sanghor in un contesto di finzione assoluta, quasi nel tentativo di sottrarsi ad un passato drammatico e incombente.
Parimenti, a molti anni di distanza, Dago chiude violentemente il corpo femminile delle sue modelle in un contesto che ricorda il mattatoio liberty di un altro fin de siècle.
Bellezze nere, calcinate di bianco, in gruppo e senza volto: corpi attraenti ma sporcati del sangue di un sadismo rituale, donne senza piĂą volto e senza altra storia che il colore-sangue e la pelle-terra che le foderano.
In apparente opposizione Mandemory lavora sul reportage en plai air, ma il suo occhio sul mondo si chiude sui particolari, suggerisce il sospetto nei confronti del reale.
E’ uno sguardo quasi impaurito, frettoloso, che si esprime nelle immagini sfumate, mosse, lo sguardo furtivo di chi si sente ancora escluso da un mondo che non fornisce speranza, ma conserva le tracce di antiche violenze e paure.
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