La fotografia è ancora in grado di turbarci? Forse sì, ma il contestato Andrés Serrano procede in senso inverso: coglie i turbamenti più comuni dell’uomo e li fotografa. Le otto immagini esposte in anteprima alla galleria Photology sono un evidente richiamo a Freud, ai tabù della nostra cultura che, a distanza di un secolo dalla nascita della psicoanalisi, vengono reinterpretati e resi pubblici da queste foto. Otto splendide cibacrhome, di luminosa purezza formale, dai colori vividi ed emotivamente coinvolgenti nelle scene di sacro e profano. Sono immagini che scaturiscono dall’inconscio comune e si concretizzano per il pubblico.
“Nel mondo dei sogni non c’è un sopra e un sotto, un giusto e uno sbagliato. E’ in questo spirito che ho creato il mio lavoro” dichiara Serrano. Le immagini, infatti, portano a galla le nostre fantasie, i nostri segreti, odi e tabù che spaziano dal mito antico dell’incestuoso Oedipus, a quello sacro di The other Christ che rispetta il canone dell’iconografia classica del Cristo deposto, incoronato di spine, tra le braccia della madre addolorata, ma lo sconvolge ritraendo un Cristo nero. Serrano gioca sui temi dell’identità, della dualità, dell’Ego e dell’Es nelle foto di Lori and Dori, le due gemelle siamesi attaccate attraverso gli occhi, o di White Nigger, un uomo bianco divenuto per trequarti nero. Con queste foto Serrano dimostra che molti luoghi comuni della cultura pop, della mercificazione televisiva incarnano nuovi turbamenti della mente umana e pertanto il Killer è rappresentato da un tranquillo clown , la lotta per il potere o la forza bruta è resa con un duello tra Cowboy and Indian. L’apoteosi della libera interpretazione è rappresentata dalle foto Black Santa e The King is back. Long Live the King.
Serrano non intende stravolgere i canoni precostituiti, suo interesse è dare sfogo e liberare i luoghi comuni dai vincoli morali: “Per me l’arte ha un obbligo morale e spirituale che rifiuta qualunque tipo di finzione e porta direttamente all’anima”.
Andrés Serrano usa lo strumento fotografico per fare arte, ma non “arte per l’arte” come dichiara e pur sottolineando che “…non voglio che per guardare le mie immagini uno debba conoscere la storia dell’arte” lui dimostra di conoscere bene l’iconografia antica.
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Silvia Banzola
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