Vedere le immagini di Wesley porta l’osservatore in una dimensione temporale diversa. Siamo abituati a percepire la foto come un tramite che ferma l’attimo, lo seziona, ne assorbe istanti infinitesimali fino a cogliere azioni solo immaginate, momenti non visti e mai immaginati.
Osservare il lavoro di Wesley porta a riflessioni, del tutto lecite, che probabilmente sono piu’ vicine ad alla filosofia che non all’immagine stessa. La mente torna alla prima immagine in cui compare l’uomo (Daguerre, 1839), all’epoca i lunghi tempi d’esposizione rendevano piazze e vie spogliate della vita che le caratterizzava, dove tutto cio’ che si muoveva era, al massimo, fissato come una scia, un fantasma.
Le innovazioni, tecniche e chimiche, portarono a tempi di scatto sempre piu’ veloci, fino a fermare l’inimmaginabile, fino a dimenticare che spesso dove c’è movimento c’è vita.
Ma nelle immagini in mostra non c’è un richiamo al passato, è una ricerca, un viaggio nel tempo (nel suo tempo) che la sua “camera obscura” (la Lockcamera) fissa sommando migliaia di istanti.
Esposizioni che durano circa un anno, che creano immagini apparentemente banali, ma da cui emerge la stratificazione temporale, spazi industriali che crescono, fantasmi che si materializzano.
Una mostra su cui si potrebbe scrivere veramente di tutto, tante sono le riflessioni che vengono alla mente, ma alla fine sono le immagini a parlare.
Le foto sono esposte anche on-line al sito del Goethe Institute di Roma .
Maurizio Chelucci
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