Sono le 12.30, la sala è piena di giornalisti in piedi intorno a lui; Nachtwey è al centro dell’attenzione, un fisico asciutto, calmo, la faccia un po’ seria, occhi piccoli e scuri che guardano dritto negli occhi degli interlocutori, cinquant’anni traditi solo da ciuffi di capelli bianchi: inizia cosi’ l’incontro con il fotoreporter di guerra da più parti definito come il successore di Robert Capa.
Inizia a fotografare nel ’72, diventa fotoreporter indipendente e nel 1986 entra a far parte della Magnum. Fotografa un po’ ovunque, Sud Africa, Ruanda, Balcani, Afganistan e negli ultimi anni abbandona il colore per utilizzare il B/N perché a volte il valore aggiunto del colore è un limite che influenza il risultato, fa perdere di vista e forza il messaggio.
In mostra sono 139 immagini raccolte in 11 sezioni: Fatti di guerra, Romania, Sudafrica, Cecenia, Carestie in Africa , Crimine e punizione in America, Balcani, Indonesia, Afghanistan, Rwanda, Europa dell’Est. Sono immagini note, pubblicate su quotidiani e riviste, che raccolte e proposte in grande formato, più che per la capacità tecnica fanno apprezzare J.N. per la capacità di comunicare in maniera chiara la sua testimonianza.
Quale è il tuo stato d’animo quando ti trovi di fronte alla sofferenza? “Rabbia , frustrazione, angoscia compassione” ma anche distacco professionale, quello necessario perché: “Se quello che vedo è duro anche le mie immagini devono esserlo”.
E, infatti, le sue immagini sono così, rappresentano ciò che riprende: una realtà cruda, violenta, triste, fatta di dolori e di stenti, ed è solo grazie alla sua attenzione alla composizione, alla sua professionalità alla capacità comunicativa che si è colpiti nel profondo.
La dignità del singolo uomo è salva, sono vittime e come tali spesso innocenti che pagano colpe che non hanno: essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
E contro la guerra, contro tutte le guerre e violenze, Nachtwey svolge il suo lavoro, nella convinzione che solo rendendo partecipe il mondo delle sofferenze che i conflitti creano si possa creare quella coscienza, movimento di pensieri per combatterla.
Nel guardarlo e poi voltarmi e vedere alcune delle sue immagini mi chiedo come sia possibile sopportare tanto, passare gran parte della vita negli inferni a cielo aperto della terra e continuare a guardarsi intorno con fiducia, con speranza che possa cambiare qualcosa. Si, lui deve crederci, deve essere convinto che valga la pena toccare ogni volta il fondo, anche piangere quando il tuo distacco, scudo cinico di sopravvivenza, si sgretola di fronte all’assurdo e poi riprendere le redini di se stessi e lavorare, non per te ma per loro, perché l’unica arma che hai in mano è la tua capacità di comunicare.
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Maurizio Chelucci
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Trovo che il far vedere le sofferenze che i conflitti creano possono promuovere pensieri per combatterla. Speriamo che il messaggio sia sentito da chi tiene le redini. L'importante è comunicare in maniera chiara la testimonianza di Nachtwey.
Nessuno gli ha chiesto quanto guadagna con le sue foto di persone miserabili e moribondi? Oppure perchè non lascia la macchina fotografica per aiutare chi è in difficoltà invece di rincorrere il Pulitzer? Sono le persone come lui a farmi schifo del mondo della fotografia.