Guardare le opere di Steven Criqui, esposte alla Galleria In Arco, è come osservare un’altra parte della realtà americana che, normalmente, fa parte dell’immaginario collettivo. L’America cui egli stesso guarda non è quella caratterizzata dal lusso e dai palazzi di cristallo, simbolo degli imperi economici multinalzionali. L’America di Criqui è uno dei paradisi falliti, creati dall’uomo per cercare di realizzare il sogno americano. L’illusione di una simile speranza si avverte maggiormente all’inizio del ventunesimo secolo dove il contrasto stridente tra ricchi e poveri, nelle metropoli degli Stati Uniti, si fa sempre più sentire. La California del sud è l’unico luogo dove il sogno di una vita ideale, caratterizzata dall’agiatezza, vive a fianco del fallimento e del degrado di una periferia che viene tenuta sempre più a distanza.
L’unione di queste caratteristiche così discordanti trova un perfetto habitat in Los Angeles, la capitale di queste contraddizioni. Criqui, nelle sue foto, si ispira proprio alla parte più isolata di questa dualistica realtà. Le sue opere rappresentano quel lato di Los Angeles che si trova a metà tra il degrado della periferia e il centro della città. La trasformazione che Criqui fa di questi paesaggi urbani sembra voler riscattare la loro connotazione reale e quotidiana per dar loro la possibilità di aprirsi, ancora una volta, verso la speranza del sogno americano. Come si vede nelle opere esposte, egli stesso combina diversi strumenti di esecuzione. Considerandoli come mezzi equivalenti Criqui fa uso della fotografia come della pittura e della rielaborazione al computer. Il suo procedimento di creazione si sviluppa in questo modo: i soggetti fotografati vengono passati allo scanner per poi essere rielaborati al computer. Successivamente l’immagine, ingrandita, è stampata su una serie di fogli A4 e, tramite una griglia, incollata sulla tela. A quel punto si passa all’uso del pennello per aggiungervi forme e textures. Le fotografie originarie, così contraffatte, catturano lo spettatore impedendogli di non soffermarsi ad osservarle. Se nella realtà l’esistenza degli edifici, ripresi da Criqui, è un fatto che non desta interesse per il passante, in queste opere il loro volto anonimo è riscattato. Questa trasformazione è possibile grazie alla rielaborazione di Criqui che, combinando la fotografia alla pittura astratta, fornisce a questi luoghi un aspetto sospeso tra sogno e realtà. La cosa che stupisce maggiormente è proprio questa. E’ difficile spiegare come queste immagini, che ritraggono luoghi ordinari e anonimi, riescano ad esercitare una così forte attrazione verso chi le osserva. La loro incisività è fornita dalla contraffazione evidente cui sono sottoposte.
Criqui non fa altro che mostrare l’altra faccia della medaglia della metropoli americana. Egli non fugge dalla realtà della periferia, anzi assumendola come soggetto, vuole dimostrare che le speranze per un possibile cambiamento non sono perdute.
Elena Menegatti
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Complimenti per l'esaustivo commento alla mostra del lavoro di Criqui.
Domanda: è l'esistenza degli edifici che determina l'entità "realtà" (quella che non desta interesse per il passsante), oppure esiste "a priori" una convenzione (convenienza) circa lo statuto terminologico di realtà, (che forse può anche non avere nulla a che fare con una immagine)?
Ultima: sono d'accordo circa la difficoltà di spiegare "l'attrazione di queste ...(come di altre)... immagini, verso chi le osserva" ma forse qualcuno ci può provare? Giusto per sapere se vale la pena fare o è meglio parlare.
grazie a Elena Menegatti.
marco salutari
u204753@comune.torino.it