Benché la fotografia risulti essere il comune punto di partenza, appare chiaro che lo sviluppo dei percorsi affrontati porti a tre diverse soluzioni.
La nuova serie di fotografie “God Bless the Absentees” di Anneè Olofsson, che verranno poi proposte anche nello spazio espositivo del negozio cult Parigino “Colette”, sono ritratti di vita quotidiana, scene cristallizzate di quello che potrebbe accadere in casa di una comune famiglia. I componenti trascorrono il tempo guardando la televisione, sbrigando le classiche faccende domestiche e indossando abiti realizzati con la stessa stoffa degli elementi su cui poggiano. Non guardano mai direttamente l’obbiettivo e non hanno alcun contatto gli uni con gli altri. Sembrano imprigionati nella loro stessa dimensione domestica. Tramite l’utilizzo della luce e degli spotlight l’artista riesce ad ottenere un effetto molto teatrale.
Lo stesso risultato, forse ancora più marcatamente scenografico, è quello raggiunto invece da Gregor Zivic. L’artista austriaco ha da poco concluso una personale al Kunstverein di Salisburgo ed è tuttora partecipe alla mostra in corso “Lebt und arbeitet in Wien” al Kunsthalle di Vienna.
Il termine “STILL”, ci induce a pensare ad un fermo immagine ovvero all’arresto momentaneo di un’azione che dovrebbe seguire una dinamica. Nel suo caso, il movimento del performer fissato su pellicola è uno stato, di qualità quasi scultorea. Gregor Zivic rappresenta fotografie che mostrano sé stesso come unico attore circondato da ambientazioni particolareggiate, create apposta per l’occasione. Al contrario delle istantanee, che catturano l’azione estrapolandola da una sequenza, le sue fotografie trasformano quel momento in inamovibile fermo immagine. L’autore attore, è altresì pittore. Gli interni che costituiscono i set delle sue fotografie puntano un riflettore anche sui suoi quadri. Questi, sono un tutt’uno con l’architettura e ricoprono una carica determinante per l’effetto d’insieme tanto quanto i colori, la luce e le forme.
Le immagini di Pablo Alonso, esposte con successo in una mostra nella galleria Voges + Deisen di Francoforte, sono ricavate da un processo che, ridipingendo lo scatto fotografico, partendo dalle polaroid, giunge alla realizzazione di quadri. La finzione è completamente riuscita: nessuna differenza, la tecnica pittorica e lo scatto dell’otturatore sono un unico gesto. Si tratti di primi e mutevoli piani, di figure sfuggenti o di paesaggi descritti, la macchina fotografica, come la mano del pittore, è solo uno strumento. La disputa che ciclicamente si delinea tra pittura e fotografia non ha trovato neppure ora la soluzione definitiva: ci offre però una via d’uscita o meglio la possibilità di percorrerla. Quella di non essere noi a dare la giusta spiegazione, di lasciare all’artista la capacità del sogno e a noi la libertà di provare ancora stupore.
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