fotografia | Indizi di quotidianità

di - 31 Ottobre 2006

Gli accadimenti quotidiani dimostrano quanto sia difficile il dialogo tra culture diverse. Ciononostante c’è chi si sforza di farlo. Per capire le ragioni di un simile conflitto e per stroncarne i motivi infondati. Questo è ciò che fa per esempio l’antropologa camerunese Genevieve Makaping (immigrata in Italia da più di vent’anni), autrice di diversi libri nei quali prova a decostruire gli stereotipi attraverso i quali il mondo occidentale pensa le culture altre. Nel libro Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi? si sofferma ad osservare chi da sempre la guarda pretendendo di definire chi sia solo in base al colore della pelle, senza però aver mai veramente conosciuto la persona. La Makaping, così facendo, intende esprimere un concetto chiaro e importante: “voglio essere io a dire come mi chiamo”.
Anche in fotografia sta accadendo qualcosa di analogo. Fotografi di “altre” culture documentano sempre più spesso la realtà dei propri Paesi, per raccontarli secondo un punto di vista interno. Fortunatamente simili opere cominciano ad essere conosciute e diffuse anche nel mondo occidentale, permettendo di incrociare diversi sguardi e, forse, di acquisire una percezione più approfondita delle varie realtà.
Dayanita Singh (Calcutta, 1961 – vive a New Dehli), ad esempio, una fra le più dotate fotografe indiane, sta descrivendo l’immagine di un’India insolita e poco conosciuta. Dopo aver ripreso per anni prostitute, malati di Aids e poveri (come le chiedevano i giornali e le riviste con le quali collaborava, come The New Yorker, Newsweek, India Magazine e Liberation), a metà degli anni Novanta ha cominciato a dubitare dell’utilità effettiva del suo lavoro. Sia nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica su certe tematiche che in vista di un aiuto concreto alle persone povere, malate o emarginate. Ha scelto così di cambiare completamente direzione d’indagine, cominciando da un soggetto a lei molto familiare ma ignorato dai media occidentali: la middle-class indiana, quella di cui anche la Singh fa parte.
Inizialmente, ha immortalato le famiglie (tradizionali, moderne e Parsi) in ritratti costruiti e formali: i soggetti sono ripresi all’interno delle proprie case (isolate dalla povertà dilagante), mentre cercano, attraverso pose e atteggiamenti, di esibire il proprio status sociale, anche se rivelano i segni dell’emulazione di stili di vita occidentali.
In seguito, la Singh si è accorta che poteva essere ancora più comunicativa nel trasmettere emozioni e stati d’animo riprendendo spazi vuoti, nei quali la figura umana è volutamente assente. Da allora ha fotografato -da Calcutta a Boston, da Firenze a Goa- sale da ballo, biblioteche, musei, cinema e interni privati nei quali non compaiono mai le persone. I veri protagonisti sono letti, sedie, sgabelli, poltrone. Queste immagini (tutte rigorosamente in bianco e nero e di formato quadrato, come le precedenti) non trasmettono mai una sensazione d’angoscia e di vuoto, anzi suggeriscono storie, tracce, ricordi e sentimenti delle persone che hanno frequentato o vissuto in quei luoghi.
Le fotografie di Dayanita Singh hanno meritato il riconoscimento da parte di critici e gallerie di Boston, Londra, Milano, New Dehli, Berlino e New York. Questo perché non richiamano alla mente nessuno degli stereotipi sull’India: né Bollywood, né la miseria ai margini delle megalopoli, né la Silicon Valley. L’India descritta dalla Singh, casomai, porta i segni della contaminazione tra tradizione e modernità, tra Oriente e Occidente, tra nostalgia e surrealtà.
Zwelethu Mthethwa (Durban, Sudafrica, 1960; vive a Città del Capo), invece, dalla metà degli anni Novanta sta rivisitando, tramite fotografia, pittura e video, tematiche tradizionali legate al Sudafrica (spiritualità, maternità, ruolo dell’uomo, figura dello sciamano), ottenendo spesso risultati innovativi. Come dimostra il video Flex –in cui si vede il volto di un giovane che sta compiendo un’azione indecifrabile– proiettato alla 51° Biennale di Venezia. Contrariamente alla Singh, Mthethwa continua a descrivere la povertà, ponendosi però l’obiettivo di dimostrare come quest’ultima non sia sempre sinonimo di degradazione.

Le sue immagini più famose, infatti, che fanno parte del ciclo Untitled, raccontano la vita delle persone immigrate (dalla campagna ai margini di Città del Capo) mostrandone l’umanità, l’orgoglio e la dignità. Così, il fotografo sudafricano ha realizzato ritratti in grande formato di uomini, donne e bambini all’interno delle proprie baracche: gli occupanti hanno sempre lo sguardo diretto verso l’obiettivo, mentre le loro abitazioni sorprendono per le pareti tappezzate con materiali di riciclo (giornali, riviste, buste di plastica che contenevano minestra liofilizzata o detersivo, carta della cioccolata) e per la quantità di oggetti (da quelli d’uso quotidiano ad altarini e candele accese). E sono proprio gli oggetti, così come accade nelle foto della Singh, ad assumere una valenza particolare, perchè danno profondità e personalità a luoghi che altrimenti anonimi. Per completare l’effetto, Mthethwa usa colori sgargianti che, oltre a fornire una grande varietà emozionale, sono elemento di identificazione per i membri della comunità dei contadini neri immigrati.
Il fotografo sudafricano non si considera un realista (perchè non si limita mai a registrare la realtà quanto piuttosto ad evocarla tramite i dettagli) ma nemmeno un artista. “Vorrei essere visto come un image-maker” dichiara.
Mthethwa ha ricevuto molti riconoscimenti internazionali, tanto che nel 1999 (dopo solo quattro anni dall’inizio del suo impegno in fotografia) ha abbandonato l’insegnamento per dedicarsi completamente alla carriera artistica. Da allora ha allestito mostre nelle gallerie e nei musei di Stati Uniti, Italia, Germania, Spagna, Francia, Svizzera e –naturalmente– Sudafrica.

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elisa paltrinieri

[exibart]

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