Frank Horvat. “La fotografia è l’arte di non premere il bottone” | www.horvatland.com

di - 29 Dicembre 2000

Se volete conoscere l’opera di Horvat non vi resta che visitare horvatland in cui sono presentate tutte le sue opere, suddivise per tema ed ordinate cronologicamente. Di ognuna troverete un’introduzione ed una ricca selezione di immagini. L’indice è impressionante come la varietà dell’opera di questo fotografo: reportage (ITALY (1948-50), PARIS (1951-60), PAKISTAN (1952), INDIA (1952-53), ELEPHANT HUNT (1953), …) alla fotografia di moda (1950-1996), dai ritratti alla natura, al paesaggio urbano, la scultura, fino alle immagini digitali (“BESTIARIUM” (1993-94), “CHIMERAE” (1995), “OVID’S METAMORPHOSES” (1996)). Viene inoltre presentato in una sezione specifica “1999 A Daily Report”, il suo lavoro più recente.

La varietà dei temi trattati e la qualità delle immagini mostrano un autore che non è rimasto legato alle immagini che lo hanno reso famoso, ma ha affrontato generi e stili diversi, seguendo un percorso professionale che, nell’arco di oltre 50 anni, parte dalla fotografia di moda per approdare al Bestiarium in cui la tecnica digitale consente di ritrarre gli animali dello zoo come vorremmo che fossero, nell’ambiente che corrisponde la nostro immaginario. Questa ricollocazione in un ambiente inesistente è una menzogna dichiarata, del tutto analoga al ritratto fine ‘800 eseguito in studio, quando il fotografo disponeva il soggetto davanti ad un drappeggio aperto su un paesaggio dipinto. Ed ha la stessa valenza, di elevazione del soggetto dalla condizione reale a quella immaginata, auspicata e=20 desiderata.
Horvat non è dunque persona che si limita a ritrarre i soggetti e i suoi lavori più recenti celano sotto la superficie levigata una profondità che può essere esplorata sono con la riflessione. Analizziamo Very Similar, la serie di ritratti femminili ispirati da dipinti famosi al punto che le pose, gli ornamenti ed i colori possono ingannare e far pensare a riproduzioni di quadri piuttosto che ad immagini originali.

E’ tuttavia abbastanza immediato capire che si tratta di foto e non di riproduzioni e, subito dopo, si cade nel tranello di tentare di individuare il quadro che è servito da modello. Così si può indovinare l’autoritratto di Raffaello, un Giovanni Battista di Leonardo, e forse un Picasso del periodo blu ma ci si perde su un aspetto superficiale che lascia il dubbio sul senso di una riproduzione dei temi classici che non ha neppure l’aspetto della rivisitazione cara al gusto postmoderno. Ci aiuta l’introduzione di Horvat all’edizione italiana (“Vere = Sembianze”,Peliti Associati, 1999): “una messinscena piuttosto vincolante, nella speranza di giungere per vie traverse ad un momento di verità”. I riferimenti classici sono dunque un espediente per coinvolgere il soggetto in una finzione che gli consente di rivelare se stesso. Ma lo stesso testo contiene anche un’affermazione su cui si potrebbe avviare un dibattito: “La mia prima idea, suggeritami dai miei trascorsi di fotoreporter, è stata di introdurmi, per giorni o settimane, nella vita del mio soggetto, pronto a cogliere ogni suo gesto, ogni variazione della luce.
Ma il fotoreportage mi appare, sempre più, come un modo per indagare nel vero per andare a finire nel falso.

Nella misura in cui la modella avesse acconsentito a lasciar violare la sua intimità, questa effrazione sarebbe stata una falsa violenza, il fotografo un falso voyer, e l’intimità un’apparenza ingannevole”.
C’è da imparare da quest’uomo.



Ivan Margheri



[exibart]

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