Coniglio, simbolo pasquale e icona pop

di - 5 Aprile 2026

Dopo l’Uovo dello scorso anno, che Fausto Melotti appellò «La più bella scultura astratta», simbolo della Pasqua e della resurrezione, abbiamo scelto il coniglio per mantenere la tradizione del carosello festivo. Eccezion fatta per quello di cioccolato, in termini iconografici e contemporanei, uno forse dei più noti è quello in acciaio di Jeff Koons: il suo Rabbit (1986) specchiante, freddo e quasi alieno, ha reso l’anima simbolo della Pasqua nell’era del consumo ma anche una vera e propria superstar nel mercato dell’arte. Molto più colorati, ma altrettanto pop, sono i conigli di Hunt Slonem, noto anche come l’artista dei Bunnies: Slonem ne dipinge a migliaia arrivando anche a ricoprire muri interi con volti di conigli stilizzati, pennellate dense, colori vibranti e cornici antiche.

Jeff Koons, Rabbit, 1986. Courtesy THE BROAD, Los Angeles
Hunt Slonem, Chinensis March, 2024. Oil on canvas 127 x 152.4 cm. Courtesy SimonBart Gallery

Ma il coniglio, nell’arte, non è solo o soltanto un’icona pop. Chi ricorda Come spiegare i quadri a una lepre morta (1965) di Joseph Beuys? Sicuramente tra le più perturbanti e potenti, la performance si svolse nello spazio della Galleria Schmela di Düsseldorf, dove l’artista seduto, con il volto cosparso di miele e di oro, teneva tra le braccia una lepre morta. Certo, le lepri e i conigli, che sono entrambi lagomorfi, sono distinti e non incrociabili, ma se proviamo per un attimo ad andare oltre la rigidità della classificazione, allora possiamo cogliere anche che il coniglio possa incarnare il principio del movimento e della reincarnazione al pari della lepre come sosteneva Beuys. L’anima dell’uno e dell’altra rappresentano il legame con la terra e l’intuizione – anche del pubblico, che all’esterno della galleria poteva osservare l’azione e lasciarsi stimolare a costruire un contatto con l’arte più istintivo, in qualche modo legato a una dimensione intima e spirituale. La lepre di Beuys può essere letta, oggi, sotto la lente della festività, anche come una potente immagine del mistero pasquale, inteso come passaggio tra vita e morte. Sempre all’interno di questa dimensione, meno pop e più spirituale, e sempre in materia di lepri, vale a questo punto ricordare quelle di Barry Flanagan, in bronzo, dalle zampe lunghissime, sono spesso colte in posizioni dinamiche, eleganti, persino divertenti (qualcuna per esempio danza, o suona, o fa boxe) come a ricordarci quella libertà dai vincoli e quell’energia vitale che appartengono anche al coniglio e che vale la pena augurarsi, soprattutto di questi tempi, per resistere e persistere.

Joseph Beuys, Come spiegare i quadri a una lepre morta, 1965
Barry Flanagan, Dublino

Chiusa la parentesi delle lepri, torniamo al coniglio con quello gigante di Gelitin: Hase (2005) è un enorme coniglio rosa, lavorato a mano – chi lo ricorda disteso su una collina in Piemonte? – destinato a decomporsi lentamente all’aperto. A prima vista è l’emblema del gioco, del sé infantile, eppure la consapevolezza del suo abbandono e del suo deterioramento hanno un che di surrealista e di scioccante: il coniglio gigante rappresenta proprio il ciclo naturale della vita che ritorna alla terra. Giganti, e gonfiabili, sono anche quelli di Amanda Parer, simili a soffici peluche ma alti come palazzi, che emettono di notte una luce bianca intensa; e quelli di Tom Claassen, minimalisti e monumentali, essenziali nella forma ed espressivi di una pesantezza quasi buffa e tenera. Se guardiamo alla scala e ci manteniamo nel regno del grande, ci sono anche quelli di Florentijn Hofman: bianchi ed enormi, collocati negli spazi pubblici, questi conigli sembrano in qualche modo recuperare la leggenda orientale del coniglio lunare trasmettendo un senso di pace assoluta.

Gelitin, Rabbit, 2005
Parer Studio, Intrude | “re–creatures”, Mattatoio 2021. Foto di Andrea Pizzalis ©️ 2021 Azienda Speciale Palaexpo
Tom Claassen
Florentijn Hofman

Se mi concedete un’altra parentesi, vi racconto del coniglio lunare, una figura leggendaria molto presente nell’immaginario mitologico dell’Estremo Oriente, sebbene con alcune varianti. La leggenda – nella sua versione più nota – deriva da un’antica parabola buddista che narra di un coniglio, una scimmia e una volpe che incontrarono un vecchio viandante stanco e affamato – che si rivelerà essere una divinità travestita – a cui la scimmia offrì della frutta e la volpe del pesce. Vuole la leggenda che il coniglio, non trovando nulla di commestibile per un umano, decise di offrire se stesso gettandosi nel fuoco per sfamare l’uomo che si rivelò divinità e, colpita dal suo gesto, lo salvò e disegnò la sua sagoma sulla Luna affinché il suo esempio di generosità brillasse per sempre per tutti gli esseri umani.

Coniglio lunare

Questo mito millenario porta con sé qualcosa di prezioso, qualcosa che oggi celebriamo, ovvero il sacrificio e la salvezza, la rinascita e la risurrezione. Che dunque sia pop, o più spirituale, che sia gigante o che sfidi la percezione, finanche che possa risultare quasi magico, come possono essere quelli di Kiki Smith, che sembrano usciti da una fiaba dei fratelli Grimm o da un reperto archeologico, e che ben rappresentano il ciclo della vita e il legame profondo tra l’umano e l’animale, la figura del coniglio è accennata in maniera soffice, quasi surreale tanto sembra emergere e scomparire in una materia bianca e plastica che esplora, e forse accentua, il confine tra l’essere e il non essere, la presenza e l’assenza – tocca corde profonde perché è un simbolo che abbiamo “addomesticato” ma che mantiene un’aura sacrale. Icona contemplabile in qualche museo e nello spazio pubblico o rito da celebrare a tavola, il coniglio è oggi il nostro messaggero di rinascita, e se è di cioccolato è ora di scartarlo e di mangiarlo. Buona Pasqua!

Kiki Smith, Kneeling Woman with Rabbit, 2004. Collaged photo-lithographs and photo-etchings with pen and ink on Nepalese paper. Westmont Acquisition

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