Categorie: Fotografia

Esiste ancora l’underground nell’era digitale? La parola a due testimoni oculari

di - 12 Marzo 2026

Corpi sudati, flash sparati, performance estreme tra cantine e chiese sconsacrate: foto sfogliate davanti a una birra, sul tavolino barcollante troppo piccolo in un bar nel centro di Macerata. Marco Criante e Francesco Torresi hanno preso due piccioni con una fava, unendo la grande passione per la fotografia a quella per la musica, lontana dal jet set e da Spotify. Serate insonni, barocche, grottesche da cui nascono immagini che sembrano arrivare dagli anni ’90. Un viaggio tra sperimentazione sonora, follia dionisiaca e luoghi in cui si costruiscono comunità vere, lontani dalle luci della ribalta, tanto reale quanto virtuale. E Impubblicabile – edizioni Cocci Noris, 2024 – è uno statement, una dichiarazione di intenti, in riferimento al ritratto di quei momenti: non tanto perché scabrosi, sporchi, disturbanti, quanto perché quell’essenza mistica che possiedono, se pubblica, svanirebbe in un attimo. Allora viene spontaneo riflettere sul concetto di underground, per capire che cos’è alla luce di questo lavoro, e che prospettive possiede al giorno d’oggi. Ne abbiamo parlato con i due autori.

Innanzitutto che cos’è per voi l’underground?

Francesco «Secondo noi è underground tutto ciò che va al di fuori delle dinamiche commerciali e di guadagno. Quello che si guadagna in queste serate viene reinvestito per organizzarne di altre, per invitare altri gruppi. È un ecosistema virtuoso che si autoalimenta, e in cui la musica nasce per passione e non per profitto. La differenza fondamentale con la musica cosiddetta mainstream è quindi nella motivazione che guida gli artisti. E se un artista fa musica solo per passione è spinto a sperimentare, ad esprimersi in libertà».

Marco «È centrale anche la dimensione comunitaria: in queste serate si sente la comunità, c’è una famiglia. Poi è tutto orizzontale, democratico: musicisti, pubblico, organizzatori e gestori dello spazio, che a loro volta sono tra il pubblico, sono sullo stesso livello e condividono quel momento. La libertà dell’artista è anche la libertà del pubblico che non pensa a fare video o alla storia, ma si gode la serata. Si fa il delirio, ma in questo delirio c’è anche più attenzione alla musica e ai musicisti».

Infatti si nota dai vostri scatti che nessuno ha lo smartphone in mano: è stata una vostra scelta non ritrarre chi lo stesse usando, come a suscitare una nostalgia della vita analogica, o effettivamente nessuno se ne preoccupa?

Marco «Non c’è nessuna nostalgia. Il fatto che i telefoni non ci siano è una conseguenza naturale di un coinvolgimento autentico. Ecco, possiamo dire che l’underground oggi è nelle esperienze autentiche, quelle che sono solo vissute e non mostrate».

Perché la scelta di immortalare questo mondo attraverso la fotografia? Cosa guida il vostro stile?

Marco «Io e Francesco siamo amici da tempo e abbiamo entrambi la passione per la fotografia, per questo ho anche studiato all’Accademia di Brera. Entrambi avevamo i nostri progetti. Condividiamo questa ossessione per la musica per cui abbiamo fatto in passato serate devastanti, una vita da non morire mai, e senza troppi fronzoli abbiamo deciso di raccontare questa parte della nostra vita. Era tutto già lì che aspettava di essere raccontato. Rifiutiamo deliberatamente ogni tipo di professionalità nello scatto, anche perché le condizioni di luce sono pessime e il luogo non ti permette di fermarti a scegliere l’angolazione perfetta. Usiamo mezzi che ci permettono anche di tenere una birra in mano, ecco».

Due dettagli che emergono con forza sono il flash sparato e l’affastellarsi delle figure, il caos di persone e cose che vengono ritratte…

Francesco «Il flash è anche una necessità, dato che nei locali è spesso buio, però fa parte di quelle scelte che facciamo per dare il nostro tocco alle scene, per raccontare qualcosa in più, attraverso l’arte, rispetto al semplice reportage, che in contesti del genere sarebbe, se non impossibile, quantomeno fuori luogo. Poi per quanto riguarda il caos, molte foto sembrano un quadro rinascimentale: sembrano più simili all’arte classica che alla contemporaneità».

Parlando di contemporaneità, arrivo alla domanda cardine: alla luce di serate del genere, e dei documenti fotografici che artisticamente le ritraggono, l’underground può esistere anche nel mondo digitale dei social media?

Marco «Non ne facciamo un discorso di mezzi, perché anche sui social ci possono essere contributi nati per passione e che riuniscono delle persone; e non ne facciamo un discorso di numeri, perché la differenza secondo noi non sta nelle poche o tante persone. È un discorso di relazioni. Ai concerti che abbiamo fotografato venivano vere e proprie comunità di pellegrini musicali da tutta Italia, e abbiamo sentito molti artisti francesi, giapponesi, messicani…da tutto il mondo insomma. Poi le Marche offrono una libertà che le grandi città non offrono in questo senso: gli artisti che arrivano qua sono mossi da motivazioni diverse, si sentono magari anche più liberi di esagerare, mentre nella metropoli resta la ricerca dell’ambizione, del successo. E l’underground intesa come rete di relazioni ed espressione creativa nel mondo reale è una bolla molto fragile, per questo anche l’urgenza di fotografarla».

Francesco «Prima facevamo quattro, cinque, sei serate alla settimana. Il Covid ha dato il colpo di grazia e molti locali hanno chiuso. Impubblicabile è, sì, un documento artistico ma anche il documento storico di un mondo che sta scomparendo».

Pensate quindi che tutto quello che avete ritratto un giorno scomparirà del tutto?

Marco «Finché c’è qualcuno che si sbatte per fare le cose quello esisterà. Siamo ottimisti ma in modo cauto. Non per forza concerti, magari l’elettronica o qualsiasi forma di sperimentazione sonora. La fame di esprimersi e di costruire relazioni sincere non si spegnerà facilmente».

Articoli recenti

  • Fotografia

The Phair 2026 a Torino: la fotografia contemporanea si svela alle OGR

Le OGR di Torino ospitano la settima edizione di The Phair | Photo Art Fair, appuntamento internazionale dedicato alla fotografia…

12 Marzo 2026 9:30
  • Arti performative

DAI MIEI SENI PIANGE L’AMORE: a Milano la nuova performance di Ruben Montini

Dopo la partecipazione alla collettiva per i trent’anni della galleria e in attesa della prima personale, Ruben Montini porta, questa…

12 Marzo 2026 0:02
  • Mercato

Inizia TEFAF Maastricht, un viaggio nella storia dell’arte lungo più di 7000 anni

The European Fine Art Foundation 2026 apre i battenti con 276 gallerie e mercanti d'arte da 24 Paesi. Ecco alcuni…

11 Marzo 2026 21:49
  • Mostre

Come la nuova generazione coreana sta raccontando il cambiamento sociale attraverso la videoarte

Al MASI di Lugano una mostra raccoglie le visioni di otto artisti della scena coreana, che attraverso la videoarte esplorano…

11 Marzo 2026 20:49
  • Archeologia

A Pompei un nuovo allestimento racconta la storia dei calchi delle vittime dell’eruzione

Nella Palestra Grande di Pompei apre un nuovo allestimento permanente dedicato ai calchi delle vittime dell’eruzione del 79 d.C., tra…

11 Marzo 2026 18:19
  • Arte contemporanea

Il Libano alla Biennale di Venezia, mentre le bombe colpiscono il Paese

Mentre i bombardamenti devastano il Libano, mietendo vittime, colpendo l'antica città di Tiro e mettendo a rischio gli altri siti…

11 Marzo 2026 17:07