Categorie: Fotografia

Gabriele Basilico, impressioni dalle zone di confine: la mostra a Roma

di - 17 Febbraio 2025

Prevalentemente attratto «Dalle zone di confine», Gabriele Basilico si è sempre mosso anche attraversando «I centri storici, i luoghi monumentali del passato o contemporanei, la stratificazione che nasce dal sovrapporsi delle trasformazioni», perché «Fotografare una città significa fare scelte tipologiche, storiche, oppure affettive, ma più spesso vuol dire cercare luoghi e creare storie, relazioni, anche con luoghi lontani archiviati nella memoria, o addirittura luoghi immaginari […] (col) desiderio di ritrovare corrispondenze e analogie».

Seguendo questi orientamenti, che lo stesso fotografo, nato a Milano nel 1944 e scomparso nel 2013, ha confidato nel testo Abitare la Metropoli, scritto nel 2010 ed edito da Contrasto nel 2013, si possono agevolmente rintracciare tali desideri di ricerca negli scatti di agglomerati urbani e luoghi che, apparentemente, sembrano profondamente distanti e differenti tra loro, ma che, attraverso l’occhio del fotografo, laureato in architettura al Politecnico di Milano, rivelano uguaglianze e vicinanze.

Una visione che, principalmente, gli deriva dall’aver fatto proprio l’insegnamento di Álvaro Siza che, quando parla «Del senso di scoraggiamento e di disperazione che può cogliere chi esplora i territori sempre più caotici delle nostre periferie, ci invita ad andare oltre, a ricercare una “strana bellezza” non solo nella memoria dei centri storici, ma anche nella frammentazione spontanea delle periferie».

Gabriele Basilico, Roma, veduta della mostra, Palazzo Altemps, 2025, ph. Eleonora Cerri Pecorella

Corrispondenze che segnano così quell’invisibile filo rosso che attraversa la sua lunga produzione fotografica rintracciabile anche negli scatti selezionati per l’esposizione approntata nella Capitale, in alcune sale del Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps, voluta dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, in collaborazione, oltre che col Museo, col MUFOCO – Museo di Fotografia Contemporanea e l’Archivio Basilico. Dal laconico e asciutto titolo Roma, la mostra – curata da Matteo Balduzzi e Giovanna Calvenzi, prorogata fino al 4 maggio 2025 – raccoglie una discreta selezione delle fotografie che Gabriele Basilico ha realizzato, per l’appunto a Roma, durante i 20 incarichi professionali ricevuti tra il 1985 e il 2011. Un legame, quello di Gabriele Basilico con la Capitale, sempre vivo e molto sentito che, purtroppo, non si riesce a cogliere appieno nei circa 50 scatti esposti.

Probabilmente, l’aver lavorato sui criteri dettati dai committenti, nonché la scelta espositiva di voler circoscrivere il grande fotografo milanese nello stretto ambito romano, ha originato un’esposizione scontata, senza quei guizzi che Basilico invece dona in tutti i suoi lavori. Perché, come dichiara Francesco Demichelis, Gabriele Basilico è «Uno dei pochissimi autori che hanno saputo utilizzare la pratica della fotografia di architettura come veicolo della propria visione unitaria sulla forma della città».

Gabriele Basilico, Roma, veduta della mostra, Palazzo Altemps, 2025, ph. Eleonora Cerri Pecorella

Sarà che è una mostra indirizzata a un grande pubblico, sicuramente non romano. Sarà che troppo spesso gli organizzatori non riescono a uscire fuori dalla visione iconica della città di Roma (non si riescono a contare le mostre, le iniziative, i concorsi, le iniziative, che si intitolano Roma o, ancor peggio, Romamor, che una veloce ricognizione sul web può immediatamente attestare). Sarà che per i vincoli allestitivi di Palazzo Altemps le foto sono state esposte con soluzioni un pochino bizzarre – come quella di appoggiare le fotografie su dei pannelli obliqui, posati al pavimento, che sembrano tante porte appoggiate alle pareti durante un cantiere di lavori di ristrutturazione. Sarà che alle foto è stato assegnato un ruolo del tutto estraneo allo scatto primigenio, cioè costruire una sorta di paesaggio alle sculture della collezione di Palazzo Altemps.

Gabriele Basilico, Roma, veduta della mostra, Palazzo Altemps, 2025, ph. Eleonora Cerri Pecorella

Fatto è che la mostra, nel suo insieme, senz’altro si delinea piatta, mancante di quei picchi, finanche lirici, di cui Gabriele Basilico è capace e che largamente dispensa. Vette che, invece, emergono con grande energia dai 60 fogli originali di provini a contatto, per un totale di circa 300 immagini, dalle quali si evincono immediatamente, e senza la necessità di alcuna ulteriore spiegazione o mediazione, il suo sguardo, il suo modo di procedere e la sua pratica fotografica.

Mostra che spinge verso ulteriori considerazioni: la sempre più diffusa consuetudine di allestire mostre di arte contemporanea in musei che hanno una connotata collezione di arte classica e, a volte, moderna, in nome di un sedicente dialogo tra passato e presente. Un museo che ha una collezione di grande valore e prestigio che, per bigliettazione sceglie di attrarre visitatori, si consegna all’attrattiva di artisti con nomi di indiscusso rilievo, anziché puntare sulla valorizzazione della propria collezione e di quelle opere uniche per importanza storico-artistica, in qualche maniera indica una certa perdita di centralità e mandato.

Roma 1988 © Gabriele Basilico, Archivio Gabriele Basilico
Roma 2000 © Gabriele Basilico, Archivio Gabriele Basilico
Roma 2000 © Gabriele Basilico, Archivio Gabriele Basilico
Roma 2007 © Gabriele Basilico, Archivio Gabriele Basilico
Roma 2007 © Gabriele Basilico, Archivio Gabriele Basilico

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