Categorie: Fotografia

Iran, rose e repressione: fotografie di Newsha Tavakolian al Mudec di Milano

di - 12 Gennaio 2024

Una mostra-manifesto che denuncia i crimini di un sistema politico repressivo contro ogni autodeterminazione individuale: al Mudec Photo, Milano, è visitabile fino al 28 gennaio 2024 l’esposizione fotografica dell’artista iraniana Newsha Tavakolian, And they laughed at me, vincitrice della prima edizione del Photo Grant di Deloitte e Fondazione Deloitte, concorso fotografico promosso da Deloitte Italia in collaborazione con 24 ORE Cultura, con la direzione artistica di Denis Curti e del team di BlackCamera, volto a indagare il tema delle connessioni.

Newsha Tavakolian

È il volto di una ragazza che annusa il profumo di una rosa, tenuta tra le dita, ad aprire e guidare l’intero percorso espositivo, di cui ne scandisce il ritmo ritornando per sette volte. Uno scatto “rubato” durante un comizio elettorale tra il presidente Mohammad Khatami e i giovani iraniani, all’apice del movimento riformista alla fine degli anni Novanta, dove vennero distribuite rose rosse come segno di speranza e cambiamento. Un’immagine divenuta per Tavakolian il simbolo dell’epoca, sulla quale però decide di intervenire con una mano aggressiva dal gesto coercitivo, sbiancandone le parti, censurandone le forme, violandone l’identità, dalle inquietudini profonde.

© Newsha Tavakolian And They Laughed At Me. Archival images of young men reenacting the Titanic_s movie iconic moment during a trip to the Caspian Sea. (1997)

Chimicamente si formano come delle bruciature che rimandano al fuoco degli spari di armi non-letali utilizzate dalla politica militare iraniana (e non solo) durante le repressioni, commettendo dei crimini contro l’umanità perché usati a distanza ravvicinata per colpire occhi, testa e genitali, causando dalla perdita della vista fino la morte.

And they laughed at me si presenta come un archivio personale aperto su parete. È composto da oltre 70 opere fotografiche, partendo dai primi fotogrammi dell’artista agli inizi della sua carriera (1996-99) fino agli scatti concettuali che oggi la identificano. Tavakolian qui riscrive il linguaggio di una narrativa differente capace di percorrere e di restituire in modo autentico, attraverso scatti dai tecnicismi considerati sbagliati, l’identità collettiva di un Paese con i frammenti di una sfera quotidiana a cui se ne restituiscono i dati e i significati, di connessioni con gli immaginari culturali occidentali, di momenti di profonda coscienza e determinazione collettiva.

Ad alcuni scatti, l’artista associa delle descrizioni che ne connotano il luogo, la data, l’identità cara delle persone riportate nell’inquadratura, ci presenta sua padre, condivide dubbi, memorie e sguardi, come quello che dalla camera dei propri genitori cattura la luna, cercando di conservare nel tempo la sicurezza di quel luogo protettivo.

Proseguendo con il percorso espositivo le immagini assumono uno sguardo più politico, dalle connotazioni del reportage, diventando sempre più cupe, con alcuni volti censurati da bollini per motivi di sicurezza.

La mostra si chiude con una video-installazione in cui, inserito all’interno di un contesto naturale, il corpo dell’artista è steso a terra su un fianco, di spalle, come se fosse “messo in posa”. Dinanzi a lei, incastonati nel terreno, una serie di frammenti di specchi riflettono i raggi di una luce che investe il corpo, con un’intensità che aumenta sempre di più fino ad assorbirlo nella sua interezza. Tavakolian chiude la mostra con una dichiarazione: sulla scenografia di una realtà ancora attuale, la speranza di quel momento politico riformista decade per una generazione che aveva sperato molte volte e che, nonostante la delusione e la distruzione, continuerà a farlo fedele al mito iraniano secondo lui la luce prevarrà sempre sulle tenebre.

© Newsha Tavakolian And They Laughed At Me. A group of young women in Tehran resembling a mountain. (2020)

Al fianco di And they laughed at me, è presente anche l’idea progettuale dell’artista brasiliana Fernanda Liberti, Dust from home, vincitrice del concorso dedicato ad artiste e artisti Under 35. Installato a muro, a inizio mostra, scorre un video coerente con l’esposizione principale: l’apertura di un album fotografico dove, al susseguirsi delle immagini d’archivio, appartenenti al viaggio dell’emigrazione famigliare dell’artista, si intrecciano delle brevi annotazioni che ne contestualizzano e raccontano la memoria.

© Fernanda Liberti, Dust from home

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