Untitled Wall (1999), Paolo Novelli
Una disperata vitalità è il titolo di una poesia di Pier Paolo Pasolini che si attaglia a Paolo Novelli: uno stato dell’essere che lo attraversava sempre. Così la prendeva, secondo me, la vita. Con una reattiva sensibilità. Non so se amasse Pasolini, non ne abbiamo mai parlato. E magari non sarebbe d’accordo con questa definizione che ho scelto per lui. Sicuramente se ci fosse ancora – è morto a 48 anni il mese scorso, la mostra Persone e cose, dal 26 febbraio al 25 marzo a Palazzo Lombardia, a Milano, è un saluto – non lo avrebbe taciuto perché era fatto così, limpido e affilato come una giornata di sole in pieno inverno di cui apprezzi la luce e ma devi reggere il gelo.
Così è anche la sua fotografia: essenziale e fondata sui contrasti, metafisica e assoluta. Con luce netta nei suoi bianchi in relazione con il nero intenso: come recita il titolo di un suo lavoro Niente più del necessario. Ma i suoi scatti mostrano anche un’attenzione maniacale ai dettagli della luce che disegna le forme, le sfiora o le attraversa. Una disperata vitalità dovuta anche al dolore, secondo lui assolutamente contemporaneo, dell’incomunicabilità (che conviveva in lui con una sconfinata passione per l’esistenza).
Nei suoi due progetti più noti La notte non basta e Il giorno non basta, dichiara che non c’è nessuna isola dove rifugiarsi. Il primo è composto da una sequenza di notturni, dove le finestre sono chiuse con le persiane, mentre Il giorno non basta è dedicato alla finestre murate, entrambi sono spazi muti, dove c’è un ostacolo, sono un tentativo di apertura che rimane bloccato.
«Quando le cose vanno male, qualcuno a fine giornata ci rincuora con frasi come: “dormici sopra, fai passare la notte e domani mattina vedrai…”. Poi ti svegli e non è cambiato nulla. A volte rimane solo un desiderio, incalzante: scappare; cosa che alla fine non succede quasi mai; da qui la seconda parte del dittico “il giorno non basta”, con ipotetico sottotitolo “a fuggire”».
Un lavoro che si spiega proprio con la voglia che invece aveva di comunicare, soprattutto di e con la fotografia. Era una sorta di ossessione che lo rendeva scontroso con chi non capiva, secondo lui, o non gli dava la possibilità di far vedere il suo lavoro. Non per vanità, ma perché per lui era una necessità esistenziale poter mettersi in gioco per farsi capire e anche rischiare il contrario.
Non a caso Giovanni Gastel lo aveva definito il fotografo della solitudine. Parlava ore del suo lavoro e amava ogni scatto, rigorosamente in analogico, di cui conosceva ogni dettaglio, ogni taglio di luce, ogni inquadratura nel suo bianco e nero. Ha reso concreta la frase di Leo Matiz, immenso fotografo sudamericano, «Il bianco e nero ha mille colori».
Il suo pensiero costante sulla fotografia non era legato a un’azione immediata. Tutt’altro. Le sue opere sono progetti a lungo studiati, dei cicli, nella scia di una fotografia mentale: un’arte di disgiunzione dal dato reale che impegna sempre chi guarda a intuire per capire. Le sue narrazioni sono spesso più vicine a poesie, che a racconti, per la loro sintesi di pensiero.
La mostra Persone e cose a Palazzo Lombardia è un altro ciclo: dedicato al tema esistenziale della impossibilità di comunicare. Curata da Roberto Mutti con la collaborazione della Galleria Minini, dove Novelli ha esposto più volte, e della sua compagna Federica Mongodi. «Sono 23 fotografie che Paolo Novelli ha mescolato tra scatti passati e recenti. La novità è che ci sono delle persone, ma sempre in situazioni non dialogiche: figure di spalle, viste dall’alto», spiega il curatore. «Anche qui lascia le cose in sospeso e tocca a noi capire».
«Fate una bella mostra», ha detto prima di andarsene. Perché il fine ultimo del suo lavoro, come ha sempre dichiarato, «È la ricerca di un cielo stellato».
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