La fotografa di LIFE Margaret Bourke-White, vestita con una tuta di volo in pile e con la macchina fotografica aerea in mano, in piedi davanti al bombardiere Flying Fortress dal quale ha realizzato fotografie di guerra durante l’attacco statunitense su Tunisi. Algeria, 1943. Margaret Bourke-White/The LIFE Picture Collection/Shutterstock
Dal 25 ottobre 2025 all’8 febbraio 2026, i Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia accolgono la mostra Margaret Bourke-White. L’opera 1930–1960, un’ampia retrospettiva promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani e realizzata in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, a cura di Monica Poggi.
Attraverso 150 fotografie suddivise in sei sezioni tematiche, la mostra ripercorre tre decenni di carriera di una delle più straordinarie protagoniste del fotogiornalismo del XX secolo: Margaret Bourke-White. Nata a New York, nel 1904, e morta nel 1971, figura carismatica, impavida e visionaria, è stata la prima fotografa a lavorare per Life, la prima fotoreporter ammessa in Unione Sovietica e la prima donna al seguito delle truppe alleate durante la Seconda guerra mondiale.
Il percorso espositivo, ospitato nelle sale affrescate dei Chiostri, si apre con I primi servizi di Life, che testimoniano il legame con la celebre rivista americana, per la quale scattò nel 1936 la fotografia di copertina del primo numero: l’imponente diga di Fort Peck, in Montana. Segue L’incanto delle fabbriche e dei grattacieli, dedicato agli scatti industriali degli anni Trenta, in cui la fotografa restituisce in chiave modernista la maestosità dell’architettura produttiva americana.
In Ritrarre l’utopia in Russia, emerge la portata storica delle sue immagini realizzate in Unione Sovietica: Bourke-White fu la prima fotografa occidentale a documentare i piani quinquennali di Stalin, cogliendo al contempo il volto umano della propaganda. Le sezioni successive – Cielo e fango, Il mondo senza confini, Oro, diamanti e Coca-Cola – spaziano dai fronti della Seconda guerra mondiale all’India della decolonizzazione, fino ai viaggi in Africa e negli Stati Uniti, tra paesaggi, conflitti e diseguaglianze sociali.
Oltre al valore storico e documentario, le fotografie restituiscono l’incredibile precisione tecnica e l’originalità dello sguardo di Bourke-White, che non rinunciava al grande formato nemmeno nei contesti più rischiosi, come sul campo di battaglia o nei campi di concentramento. Il suo scatto più celebre resta forse quello realizzato l’11 aprile 1945 nel lager di Buchenwald, tra corpi senza vita e sopravvissuti scheletrici: immagini che ancora oggi segnano la coscienza collettiva. «La macchina fotografica era quasi un sollievo – raccontava – inseriva una sottile barriera tra me e l’orrore che avevo di fronte».
Ma Margaret Bourke-White. L’opera 1930–1960 è anche il ritratto di una donna emancipata e anticonvenzionale, capace di attraversare un mondo dominato dagli uomini senza mai rinunciare a uno stile personale e a una vita fuori dagli schemi: nel suo studio sul Chrysler Building allevava due alligatori e nel 1955 scrisse al direttore di Life chiedendo di essere incaricata del primo reportage sulla Luna.
In dialogo con la mostra, la Fondazione Palazzo Magnani propone anche un programma pubblico di incontri e approfondimenti dedicati al “Secolo americano”, per riflettere sull’impatto culturale, economico e simbolico degli Stati Uniti nel Novecento.
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