Massimo Festi, ritratto
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica “OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche” vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana l’ospite intervistato è Massimo Festi.
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«La rappresentazione di ciò che sentiamo, desideriamo, temiamo, nascondiamo».
Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«Le identità che animano la mia visione sono scostanti esseri che non aspirano più ad essere dèi. Nature antropomorfe che non dimenticano il lato animale ed irrazionale dell’uomo e la fisicità dell’esistenza. Identità che fuoriescono dalla cultura pop nel tentativo di svelare stereotipi tra alienazione e rovina, banalità ed estetica, sesso e violenza, controcultura e puritanesimo, decentramento e congiunzione di uomini e donne con l’amore. Nella continua utopica ricerca di sintesi delle problematiche identitarie queste figure non vogliono diventare, ma soltanto essere».
Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«In un luogo e in un tempo dove si guarda e si è guardati, in cui ci si riflette: riflettere e rifletterci negli schermi, costretti allo scenario domestico. Noi spettatori della vita dietro le finestre che osserviamo dietro le mascherine, spettatori di noi stessi e dell’altro con la paura e il timore di un contatto letale, insieme alla voglia di quel contatto. Essere o apparire, tra pubblico e privato non ha più confini, l’importante è esserci».
Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«Il valore dell’umano, nel bene e nel male».
ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«Fotografo persone attraverso una maschera/seconda pelle. Il soggetto diventa una specie di icona collettiva che si sovrappone all’identità di ogni anonimo protagonista di paure individuali e piccoli/grandi drammi quotidiani. Persone la cui maschera è volto universale, frutto di una contaminazione irreversibile, a volte irreparabile. E allora non esiste più il “dietro” o il “sotto” ma l’essenza si trova nel “dentro” terribile e reale come ciò che, inutilmente, vorremmo tentare di nascondere. Gli artisti non danno risposte, ma pongono domande, non risolvono i problemi, ma li pongono nella loro urgenza. Sono solo uno smascheratore».
Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«Un attore di teatro, e lo sono».
Massimo Festi (Ferrara, 1972). Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna con l’esperto di mutazioni legate ai linguaggi visivi Francesca Alfano Miglietti FAM. Si occupa di fotografia e teatro. Hanno scritto del suo lavoro: Luca Beatrice, Gianluca Marziani, Francesca Baboni, Alessandro Riva.
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