Categorie: Fotografia

Other identity #41. Altre forme di identità culturali e pubbliche: Arianna Bonucci

di - 23 Dicembre 2022

Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica “OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche” vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana l’ospite intervistato è Arianna Bonucci.

Other Identity: Arianna Bonucci

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?

«Mi piace pensare che l’arte sia un mix di consapevolezza ed inconscio. Chissà quanto, quando e come possano aver influito alcuni eventi del passato sulla mia attuale sensibilità, percezione e gusto. Sono sempre stata circondata dalla bellezza, mia nonna mi ha cresciuto in un mondo fantastico dove le fiabe prendevano vita e ogni giornata era all’insegna della creatività.

Lo scontro con il mondo reale è stato il primo grande trauma della mia infanzia, abituata ad un universo fantastico e scintillante fatto però di cartapesta.
Forse l’arte per me è terapeutica, il costante inseguire il ricordo di una magica infanzia regalando agli spettatori stupore e meraviglia. La mia cura e maledizione.
Vivo l’arte fuori e dentro di me. Faccio della mia carriera arte e dell’arte la mia vocazione. Mangio arte come pane quotidiano e mi addormento con solo due gocce d’arte».

Arianna Bonucci, La Persistenza delle uova, 2021

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?

«Per parlare della mia identità dobbiamo aprire una parentesi sulla mia fisicità, essendo questa la caratteristica che ha influenzato l’andamento della mia vita fino ad ora e di conseguenza la creazione dell’individuo che sono oggi.
La natura mi ha dotato di un corpo atipico che col tempo ho imparato ad amare, quello stesso che è stato fonte di turbamento e discriminazione in fase adolescenziale è adesso per me la mia arma più efficace che mi distingue dalla massa e mi ispira nel mio percorso di story telling visuale.

Gioco col mio personaggio tanto quanto con le mie fotografie, vivo i panni di un’identità ibrida quasi aliena ed enfatizzo le mie particolarità per renderle ancora più evidenti e a tratti post human.

Non siamo noi a scegliere il nostro involucro ma sta a noi decidere come riempirlo, prendercene cura e plasmarlo a nostro piacimento. La mia è un’identità camaleontica, in costante divenire e mutamento. Segue la storia, l’attualità, la cultura visiva, i trend e le contaminazioni. Intrattenere, ispirare e stupire sono alla base di ogni cosa».

Arianna Bonucci, Lo chiamavano Tacos, 2020

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?

«L’apparenza conta se di apparenza si parla, o forse sono solo egocentrica? Vivo la mia arte anche sulla mia pelle, mi piace uscire allo scoperto e rivelarmi, spesso in panni molto diversi. Siamo noi a venderci al pubblico e noi a darci un valore. Il prezzo dell’apparenza più è salato tanto più si osa. Mostrarsi e raccontarsi fa parte del grande gioco della comunicazione».

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?

«La mia idea di rappresentazione gioca molto sul concetto di ready made e contaminazione. Faccio cocktail di sacro e profano, evitando di cadere nel blasfemo, avvicinando realtà molto distanti tra di loro per raccontare un nuovo punto di vista e una diversa chiave di lettura.

Mi ispiro molto al surrealismo e all’arte metafisica come uso delle luci, composizione spaziale ed inserimento di elementi contrastanti. Mi rifaccio ai grandi dell’arte per raccontare la mia storia. Cambia l’approccio, cambia il metodo, cambia il meccanismo ma il valore più grande da rappresentare è la nostra unicità».

Arianna Bonucci, Merry Meal, 2020

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?

«Mi definisco artista per giustificare la mia mania del controllo, ossessione per i dettagli, iper perfezionismo e a tratti autismo nei confronti della creazione di un’immagine».

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?

«Ho una personalità sufficientemente sfaccettata per non desiderare di sostituirmi con qualcun altro. La mia identità è poliedrica e fluida, veste i panni ottocenteschi e cammina nelle tute aerospaziali, legge libri di magia e si tuffa negli abissi alla ricerca di Atlantide, mangia uno Crispy McBacon a merenda e sorseggia Chardonnay. Tutto mi appartiene e tutto è in prestito, nel ricordo o forse nel sogno di epoche e vite lontane».

Arianna Bonucci, Madonna del Latte, 2019

Biografia

Arianna Bonucci Ugurgieri della Berardenga. Giovane artista nata a Siena in Toscana nel 1996, diplomata all’Istituto Europeo di Design (IED) nel 2019 in fotografia e comunicazione. Realizza scenari surreali inserendo elementi che spaziano dalla cultura pop all’arte contemporanea, dal cinema al consumismo, dal mondo nerd alla sfera dell’infanzia. Fotografa professionista nel settore moda, food e still life fa della ricerca creativa il suo punto di forza, contaminando le varie culture visive tra di loro per risvegliare un senso di stupore e deja vu trattando temi di attualità con un tocco frizzante che richiama il proprio bambino interiore. Tra le esibizioni collettive, nel 2017 “La Luna è una lampadina”, La Triennale Milano; nel 2019 “Ex Voto / per arte ricevuta”, GRANDART, Milano e Firenze, nel 2022 “Natural Born Dreamers” Trento Art Festival.

Arianna Bonucci, Madonna Golosa, 2019
Arianna Bonucci, Madonna col bambino, 2019

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