Robby Müller, "Austin Texas, while shooting 'Honeysuckle Rose'", 1979, 3 x Polaroid SX-70. Courtesy Case Chiuse HQ.
Case Chiuse presenta “Like Sunlight coming through the Clouds”, una mostra dedicata al direttore della fotografia olandese Robby Müller. Il progetto, curato dalla moglie Andrea Müller-Schirmer, è nato dalla collaborazione tra Annet Gelink Gallery (Amsterdam) e Case Chiuse HQ (Milano).
Lungo il percorso di “Like Sunlight coming through the Clouds” sono esposte una serie di Polaroid inedite. Riconosciuto e acclamato direttore della fotografia, Müller nutriva una forte passione per le polaroid.
Müller utilizzò per la prima volta la Polaroid sul set di “Alice in the Cities”, diretto da Wim Wenders. Era il 1974 e, da quel momento, non la abbandonò più. Le Polaroid diede lui una «Propria autonomia di ricerca e, allo stesso tempo, sono complementari al suo lavoro cinematografico perché nascono dalla stessa capacità visionaria di rappresentare il mondo». Come racconta spesso la moglie Andrea Müller-Schirmer, Robby scattava sempre fotografie e non usciva mai di casa senza macchina fotografica.
Spontaneo e amante della quotidianità, Robby Müller scattava, tra un set cinematografico e un altro, con una Polaroid SX-70, una 600 e una Spetra. A volte scattava più polaroid della stessa scena, analizzandone la luce. Dopo aver scattato, scriveva la data e il luogo sulle polaroid e le metteva poi sotto la maglietta al sicuro. In tre decenni ha scattato duemila foto, conservata in una scatola nella sua abitazione ad Amsterdam.
Il maestro della luce, come spesso viene definito, trovava lo straordinario nell’ordinario, nei dettagli ed amava il crepuscolo, l’ora blu. Catturava i dettagli delle camere d’albergo in cui dormiva, studiandone la luce che filtrava dalle persiane. Prediligeva la luce naturale, attraverso la quale creava un continuum tra narrazione, atmosfera e immagine.
Müller era, come dichiarato da Jim Jarmusch al New York Times nel 2018, «Ispirato dai pittori che hanno usato la luce come facevano Caravaggio e Vermeer. Lo stuzzicavo dicendo che sarebbe dovuto nascere nello stesso secolo di Vermeer».
Il suo lavoro come direttore della fotografia è stato presentato in importanti rassegne internazionali presso l’Eye Filmmuseum di Amsterdam e la Deutsche Kinemathek di Berlino. Le sue Polaroid sono state protagoniste di mostre personali ad Arles, Rotterdam e Amsterdam.
Ad arricchire la personale un estratto del film documentario “Living the Light – Robby Müller” di Claire Pijman, presentato per la prima volta al Festival del Cinema di Venezia nel 2018 con la colonna sonora della band SQÜRL di Jim Jarmusch.
Conosciuto per il sodalizio artistico con il regista tedesco Wim Wenders, Robby Müller nacque sull’isola caraibica di Curaçao nel 1940. Müller è cresciuto in Indonesia e si è formato nei Paesi Bassi, dove ha frequentato, negli anni Sessanta, la Netherlands Film Academy. Dopo gli studi si trasferì in Germania, dove conobbe il regista tedesco Wim Wenders. La loro collaborazione al cortometraggio del 1969 Alabama (2000 Light Years) ha portato Müller a girare il primo lungometraggio del regista, Summer in the City (1970).
Müller strinse un vero e proprio sodalizio artistico con Wenders, con il quale girò 12 lungometraggi, tra cui “Alice in the Cities”(1974), “The American Friend” (1977) e “Paris, Texas” (1984).
Lavorò anche con Jim Jarmusch in “Down By Law” (1986), “Mystery Train” (1989) e “Dead Man” (1995), e con Lars von Trier in “Breaking the Waves” (1996) e “Dancer in the Dark” (2000).
Conobbe anche Steve McQueen, il quale, amico di Andrea Müller-Schirmer, la incoraggiò ad esporre le polaroid del marito.
Müller, scomparso nel 2018, ha dato un contributo straordinario alla fotografia e al cinema indipendente.
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