Gianluigi Colin (Pordenone, 1956), art director del Corriere della Sera, si è inventato artista solo pochi anni fa, nel 1999, cominciando con una performance a Milano, seguita da altri happenings svoltisi tra il Museo Recoleta di Buenos Aires, la libreria Feltrinelli di Napoli e il MACRO di Roma.
In queste occasioni, Colin ha iniziato a raccogliere una serie di oggetti collegati,
I risultati di quest’ampia ricerca sono esposti in questa mostra, suddivisa in tre distinte sezioni – denominate Memorie private, Memorie di migranti, Memorie della rete – nelle quali sono compresi decine e decine di reperti, spesso raccolti presso amici e colleghi dell’autore stesso, personaggi anche illustri come Luca di Montezemolo, Mimmo Rotella, Cesare Romiti o Enzo Biagi. Accanto alle testimonianze di personaggi famosi trovano posto anche mille tracce provenienti da persone normali e da molti italiani emigrati in Sud America, discendenti compresi.
Santini consunti, vecchie foto di famiglia, documenti, biglietti aerei, chiavi e volti di bambini si alternano al logo di Google, alle immagini di lady Diana, di Madre Teresa di Calcutta, di Moana Pozzi. E, ancora, le Brigate Rosse, il numero con cui erano marchiati al braccio gli ebrei, il femminismo. Tutto entra nella nostra storia, nella nostra memoria collettiva che si rivela estremamente complessa ed eterogenea. L’aspetto maggiormente
Colin, abile nel gestire i linguaggi formali della Copy Art (teorizzata da Bruno Munari ) crea, partendo da immagini ottenute con una fotocopiatrice, delle opere fuori registro, nelle quali i soggetti si sovrappongono e si mischiano in un collage che richiama i refusi della stampa.
elena londero
mostra vista il 15 marzo 2003
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