È proprio nell’occhio del ciclone che nascono le visioni da girone infernale di Marco Tamburro (Perugia 1974), proposte in questi nuovi sfavillanti lavori, in cui tutto freneticamente brulica e si agita. Seguendo un apparente caos che risponde al contrario a regole precise, diabolicamente convenute per ottenere il funzionamento meccanico di un’umanità destinata ad ingranaggio di nuovi Tempi moderni. Ogni cosa è poca cosa, e su questo Tamburro costruisce la poetica di un nulla costretto al ritmo, al moto, alla velocità imposta per concorrere alla definizione del tutto. Nascono quadri che amano la grande dimensione per raccontare il poco; tele che giganteggiano per supportare il non colore. Fatta eccezione per quel bagliore rosso che in ogni brano assurge tra bianchi e neri a catalizzare l’occhio del riguardante e ad imporsi enigmaticamente sino a garantire, nella sua immancabile presenza, la cifra stilistica dell’autore.
Semafori? O forse fanali di macchine, oppure segnali ferroviari, o il numero di un orologio che scandisce spaventosamente e dittatorialmente il tempo. Rosso è il segno dinamico che con ampio gesto Tamburro traccia sulla tela, sorta di scia di un qualche movimento che con memoria futurista il pittore fa sgorgare nelle sue metropoli. Questi segni si sovrappongono a spazi urbani qualsiasi, per nulla caratterizzati. Sono tralicci, cartelloni pubblicitari, finestre, semafori, strisce pedonali e altri ancora elementi ripetibili all’infinito a costituire scenario di questa contemporanea umanità, che si muove lasciando scie destinate a costituire nuove coordinate metropolitane, rivelatrici di moti interiori straniati e ansiogeni.
E i pinguini? Cosa ci fanno i pinguini che in gruppo si affacciano da una delle venti tele esposte? Attraversano la strada. Con la forza dell’immaginazione, che si offre allo spettatore come incontaminato spazio di libertà.
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