I dress to kill and cook the same way. Una scritta rossa su una parete verginalmente bianca fa della sua asciuttezza una forza penetrante. La scritta accompagna Lingerie-guêpière cozze (2006), uno degli ultimi lavori di Odinea Pamici (Trieste, 1951) giocati su composizioni di materia spezzettata. Gli eleganti assemblaggi di cozze corvine e di arancionati molluschi su broccato nero (tanto sensuale quanto allusivo di ombrosità lussuriose) svelano nell’opera un malcelato desiderio carnale frammentato in una composizione in cui contenitore (guscio) e contenuto (mollusco) sono separati.
La Pamici si veste nello stesso modo per uccidere e per cucinare: non è importante la finalità dell’atto, ma l’estetica sottesa. L’atto –che sia efferatezza assassina o amorevole quotidianità culinaria– è ugualmente sacro se rivestito da una patina di preziosità, nobilitato dalla magniloquenza di un abito che cela però, ad un’attenta analisi, una parcellazione corrotta e smembrata. La Pamici tagliuzza gli oggetti –pezzi di carne, sedani, carote, cipolle– e successivamente li accorpa in assemblaggi gelatinosi (come Umore acqueo-borsetta o Umore acqueo-sottoveste, entrambi del 2003) dalle forme graziose e delicate.
In La cucina triestina-domenica (1997) il rivestimento in broccato della mobilia è in contrasto con la riproduzione in cera degli oggetti –mele, libri, block notes della spesa– su di essa appoggiati. La cucina, luogo deputato dell’intimità familiare, è riprodotta in scala naturale e rivestita di un prezioso tessuto. Il calcolo della quotidianità è soffocato dalla ricchezza bianca della stoffa che nobilita la mobilia comune facendole acquistare il rango di un’assolutezza senza durata, mentre
La naturalezza dell’oggetto quotidiano è annullata dal sovradimensionato tortellino in cera esposto in bacheca e assolutizzato (La cucina triestina-esemplare unico, 1998). La manifestazione dell’arte passa attraverso la trasformazione delle dimensioni. Si trasforma anche lo spazio: rivestito da domopak (serie A lunga conservazione, 2000) si manifesta come un impacchettato contenitore di oggetti in cui una fragilità di specchio isola libri, tavolo, sedie, candelabri, in una pantomima di irrealtà. Si annulla la solidità della materia, di essa sopravvive solo una vaga sagoma argentea che imprigiona ogni elemento di tensione, ripercuotendolo all’infinito.
Tutto è interno nelle opere della Pamici. Anche in Pranzo di nozze (2003), in cui la centralità della sposa è tale da trasformare le estremità del suo abito in tovaglia circolare per il prezioso pranzo su piatti e posate cerulei. Trasformandola, da regina incontrastata del rito nuziale, in vittima sacrificale.
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